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Voi siete qui: Mondo » Approdare a Zanzibar, tra magie, profumi e malinconica disperazione

21 Febbraio 2014

Approdare a Zanzibar, tra magie, profumi e malinconica disperazione

Zanzibar_ante
Salpare da Dar el Salam è come studiare lo schema di un videogioco: livello 0 della spiaggia sporca con le misere baracche e le barche in secca dei pescatori; livello 1 del porto con la banchina, la capitaneria, i container, le navi mercantili; livello 2 della città, un miscuglio di stili architettonici, di nuovo e diroccato, di campanili e di minareti; livello 3 dei grattacieli di vetro in costruzione, sovrastati dalle altissime gru – la fotografia perfetta dei contrasti che abitano questo paese.

Poi sbarchi sull’isola più grande dell’arcipelago, Unguja, comunemente chiamata Zanzibar, e ti rendi conto di essere in un luogo magico, che possiede un ritmo, un profumo, una luce, una ricchezza di tradizioni e una malinconica disperazione che è impossibile incontrare, così, tutti insieme, in un altro angolo di mondo. E però lì ho ritrovato ricordi di altri viaggi e altri paesi, che con frequenza inaspettata tiravano l’orlo del mio kanga – la versione tanzaniana del citenghe, che tutte le donne indossano attorno ai fianchi e qui, dove la quasi totalità della popolazione è musulmana, anche sul capo.
Ho risolto questo mistero giorni dopo: per secoli l’isola è passata di mano in mano, europei arabi indiani, che hanno sì sfruttato le sue risorse, ma vivendo e amando la terra, importando quanto di più bello e prezioso conoscevano e possedevano – il prodotto finale di questa storia faticosa è una commistione di elementi diversi che, oggi, vengono percepiti dal visitatore distratto come la tradizione autoctona zanzibarina, ma dichiarano la loro provenienza se solo si ha la pazienza di interrogarli.Zanzibar_1
Il cuore originario dell’isola sopravvive nella Jozani Forest, intricata e selvatica, popolata da scimmie rosse e blu, granchi che vivono tra le radici nere delle mangrovie, serpenti che rimangono invisibili. E sopravvive, anche, sotto il mare, dove la barriera corallina disegna scenografie strabilianti per forma e colore, dentro cui si muovono creature a cui non so dare nome, pesci con ali da farfalla, conchiglie carnose, stelle marine bitorzolute.

Tutto ciò che circonda questi due retaggi vergini è importato da lontano: dalle spezie preziose, in primis il chiodo di garofano, tutt’ora monopolio statale, al riso, oggi alimento base della dieta dell’Africa orientale, e dalla canna da zucchero alle infinite varietà di frutta; dall’arte di intagliare il legno, che trova la sua espressione più alta nelle magnifiche porte decorate, al rito di servire chai e caffè in piccole tazze di porcellana agli angoli delle strade; dalle tartarughe dell’atollo di Changuu, magnifiche nella loro lentezza, che arrivate in dono dalle Seychelles hanno proliferato fino a diventare centinaia, alle piccole comunità di schiavi liberati, provenienti da tutta l’Africa, che sono rimasti sull’isola quando si è posto fine alla tratta dei neri che aveva in Zanzibar, porto riparato, il suo fulcro.

La colonizzazione prosegue in realtà, ancora oggi, ad opera della macchina del turismo: i primi ad inventare un nuovo modo di sfruttare la terra fertile, il mare incantevole e pescoso, l’atmosfera magica dell’isola, sono stati gli Italiani, che hanno affittato per 99 anni tratti di costa e perfino atolli per costruire villaggi e resort.
Il popolo dei vacanzieri si stabilisce di solito al nord, dove il fenomeno delle maree è meno impattante – io ho trascorso nel paradiso di Nungwi due giorni, poi sono scappata lontano dai finti Masai che parlano italiano e dai full moon party sulla spiaggia, a bordo della dalla-dalla, una specie di Ape Piaggio un po’ più grande attrezzata con panche e portabagagli che percorre in lungo e in largo le strade dell’isola.
Seconda parte – segue
Carlotta

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