Annie Ernaux, premio Nobel per la letteratura nel 2022, ha un pregio: raccontare al di là della scrittura, usando linguaggi differenti. Ne L’uso della foto è la fotografia a costruire un legame effimero con la scrittura, perché «si potrebbe raccontare una vita intera con solamente delle canzoni e delle foto».
Il testo − edito da Gallimard nel 2005, ora tradotto da Lorenzo Flabbi, per L’Orma Editore − è il racconto dell’autrice con il fotografo Marc Marie, ma anche di parole e fotografie. C’è anche altro, in questo testo: un cancro invisibile e insidioso al seno, che aggredisce la scrittrice proprio mentre inizia questa relazione. E questo libro.
Per questo, forse, eros e thanatos coesistono in queste parole, più che in qualsiasi altro scritto della Ernaux. Connubio, questo, labilissimo che percorre tutto il testo. Come lo percorre il desiderio. E la necessità di dare forma a ciò che resta: corpi, gesti, azioni.

Anche se qui non è presente alcuna fotografia che contenga corpi. I corpi esistono, se ne sente l’odore e il sentore ma non vengono mai colti dalla macchina fotografica. Nella quattordici foto inserite nel testo, nessun corpo compare. Solo alle parole è dato di tratteggiare i corpi (che si raccontano nel primo testo e nell’ultimo).
Ernaux descrive l’effimero, ciò che resta delle vite in un luogo. Vite che soffrono e sono immerse nella quotidianità e negli oggetti che lo circondano: tavole imbandite, vestiti, scarpe spagliate, lenzuola spiegazzate.
Con Marc Marie la Ernaux fissa delle regole: gli autori devono fotografare gli indumenti gettati dove la passione e il caso hanno voluto; nessuno dei due deve toccare la composizione dei vestiti; gli scatti devono essere sviluppati da Photoservice; non si devono aprire le foto né visionarle da soli.
Dopo aver seguito queste regole ciascuno dei due amanti scriverà sulle quattordici immagini parole. Senza però mai mostrare all’altro il proprio lavoro; a nessuno dei due sarà concesso di parlarne. Il risultato è un dittico fatto da una fotografia e da un testo, per «cogliere l’irrealtà del sesso nella realtà delle sue tracce», come si legge a un certo punto.
Queste fotografie e questi testi acquistano senso solo se trasformati dalla memoria personale e dall’immaginazione dei lettori. Solo questo incontro, infatti, che ci sarà tra la memoria privata degli autori e la realtà “aggiunta” dai lettori, permetterà al testo di avere senso. Solo così il connubio tra foto e parole potrà diventare qualcosa che va oltre il diario personale per diventare un ricordo “collettivo”, in cui ogni lettore sovrappone la memoria di un amore passato o di un amore che sta vivendo.
Annie Ernaux è chiara riguardo alla fotografia: «la foto mente». Perché non permette di «rendere la durata», intento nella cattura di un attimo da eternare. Ogni fotografia si presta sempre a un doppio sguardo: quello passato che ha spinto allo scatto e quello attuale che genera delusione, perché «quello che vedo ora non è quello vedevo quel mattino».
Ernaux si rivela così la scrittrice che più di altre sa cogliere l’effimero, il vacuo e la perdita. Di una vita o di tante altre che si ripetono. Tutte uguale e tutte diverse. Ma sempre destinate all’oblio.
Claudio Cherin
Annie Ernaux, Marc Marie
L’uso della foto
Traduzione di Lorenzo Flabbi
L’Orma Editore
2025, 168 pagine
18 €