Per chi se li fosse persi, per chi ancora distingue la letteratura dall’oggetto libro che la catena editore – distributore – libraio – “promotoretravestitodacritico” piazza su file oppressive all’entrata nei megastore diventati nel frattempo indistinguibili dai magazzini di tv – telefoni – pc – smartphone – lettoridvd – fotodigitali – rasoielettrici – asciugacapellieccetera, ecco, per chi avesse ancora in animo di leggere libri importanti, una rapida selezione di titoli dell’annata.
Intanto, un paio di romanzi non recenti ma solo quest’anno tradotti da noi. Due classici, il “prodromo” della perfida fanciulla di V. Nabokov ne L’incantantore (Adelphi) e il grandissimo Andre Dubus delle Voci dalla luna, libro di una bellezza commovente. Nelle trame di una famiglia scassata e molto americana, seppur cattolica invece che protestante, poche figure scolpite in una materia bruciante. Non so se Dubus ci abbia lasciato qualcosa di più rispetto a Carver o Yeats (del secondo fu allievo), cui è stato avvicinato da molti. Certo, nulla di meno.
Un esordio invece, divertentissimo ma non riducibile a mero intrattenimento, è L’evoluzione di Bruno Littlemore (Ponte alle Grazie) romanzone di un narratore meno che trentenne ma di indubitabile talento. Benjamin Hale pare scorrere sulla scia di certa tradizione americana che da Philip Roth (il Roth di Portnoy, il genere di racconto in prima persona di una voce verbigerante, maniacale, infoiata al punto di farti percepire nel ritmo nervoso della prosa l’eccessiva disponibilità alla crapula erotica, il pensiero fisso, ossessivo per l’orifizio magico delle donne caso mai qui estremizzato da un olfatto ovviamente non umano) procede a ritroso fino al più grande scrittore statunitense del secondo Novecento: Saul Bellow.
Genere ibrido, fra narrativa, reportage e studio divulgativo, per Le nove vite di William Darlymple (Adelphi) viaggio appassionante nelle contraddizioni del paese forse più incredibile della terra, l’India, che l’autore, scozzese, conosce molto bene. E nel caso di Un’eredità di avorio e ambra, dell’inglese Edmund De Waal, libro di superba fattura targato Bollati Boringhieri: un esercizio di stile tutt’altro che sterile, che ha qualcosa del memoir, del romanzo storico e di viaggio, ma è altro – un’applicazione di gnoseologia estetica che si esercita sui netsuke, minuscoli manufatti giapponesi in legno o in avorio: sorprende la plasticità e la definitezza descrittiva, capace di pesarne in qualche modo la bellezza.
Per la narrativa italiana penso a Tutto deve crollare di Carlo Cannella (Perdisa), candidato al premio indetto dal Paradisodegliorchi per il miglior romanzo dell’anno, del quale impressiona l’esattezza nominale che non teme di dire la violenza per quello che è, la totale assenza di consolazione.
Ricorderei il Nome giusto di Sergio Garufi, esordiente quasi cinquantenne autore di una variazione capricciosa, dall’andamento lento, rapsodico e non lineare sul tipo del romanzo di formazione. Un esordio maturo (controcorrente come usava dire un tempo) quello di Garufi, non perché tardivo, ma perché consapevole della terribilità della vita.
Infine, Andrea Tarabbia è l’autore di Il demone a Beslan, un romanzo ispirato ai fatti tragici di Beslan, roba da far storcere il muso ai non amanti della letteratura che non sia quella rassicurante di chi la confonde con la distribuzione certa delle ragioni e dei torti. Va a suo merito invece di non essere nemmeno una di quelle operine che una lingua, un pensiero (mancato) ancora definiscono “provocatorie” e che trovano comodo accampamento nella fazione avversa alla prima, quella di chi – ancora, pure lì – se la mena con l’ostentazione della scorrettezza politica.
Nella saggistica direi due titoli su tutti: lo studio sulla Paranoia (Bollati Boringhieri) di Luigi Zoja, un libro suppongo definitivo sull’argomento, che principia da quell’eccezione tragica che è il folle Aiace, passando per Caino e il “delirio” di Colombo prima di arrivare, gradualmente, ai milioni di morti della diade Hitler-Stalin – per tacere degli altri. E per finire L’Istinto Musicale di Philip Ball (Dedalo). Ricognizione multidisciplinare, colta e leggibile a un tempo sulla musica, che “non è un fenomeno naturale, ma un concetto umano”. Ché non si danno notizie di società “prive di una qualche forma di musica”, pur di intenderla – questo è il punto imprescindibile – attraverso modalità che possono essere lontanissime da quelle cui siamo abituati.
Michele Lupo