Seconda parte del reportage di Lorenzo Iseppi su Corfù. La prima parte si può leggere qui.
Pochi chilometri a sud di Kerkyra si trova l’Achilleion, una delle ultime residenze dell’imperatrice Elisabetta di Baviera. La scelta avviene subito dopo la misteriosa tragedia di Mayerling del 1889, quando l’unico figlio della sovrana Rodolfo d’Austria si toglie la vita insieme all’amante Maria Vetsera. Dietro consiglio del console Alexander von Watzberg, Sissi cerca di lenire il dramma fuggendo dai riflettori e individua il rifugio su un colle presso il villaggio di Gastouri. È accompagnata dal giovane Constantin Christomanos, allora studente di filosofia a Vienna, che ha il compito di farle da insegnante privato di greco. Ed è soprattutto dai diari di quest’ultimo che si vengono a conoscere particolarità e segreti dello splendido palazzo, circondato da un rigoglioso giardino che scende a terrazze fino a riva e da cui si possono contemplare la laguna di Halikiopoulou, il promontorio di Paleopolis e le coste dell’Ellade.
La costruzione è affidata all’architetto napoletano Raffaele Carito, che progetta una struttura d’impostazione neoclassica. Gli interni però sfoggiano diversi altri stili. Anzi, i critici lamentano proprio l’eccesso di sincretismo, ritenuto esagerato anche per un periodo ultraimitativo come quello di fine Ottocento. Il soggiorno è neopompeiano, la sala da pranzo ha un aspetto rinascimentale, la cappella rievoca le linee bizantine e l’ampia scala è decorata con affreschi di soggetto mitologico. Il mobilio risulta disegnato dal prof. Capponetti, pure lui d’origini partenopee. Nel peristilio si staglia il sacro coro delle Muse guidato da Apollo, con statue a grandezza naturale che l’imperatrice confessa al suo stupito precettore d’avere acquistato a Roma dai Borghese. I quali – aggiunge – rovinati dai debiti si sono visto costretti a vendere i loro numi. E prosegue con un tono sospeso tra il malinconico e l’allarmato: “Vede in che brutto mondo siamo oggimai: fin gli dei diventano schiavi abbandonati alla mercé del denaro”. Alle nove figlie di Zeus e Mnemosyne si accompagna una danzatrice canoviana, che si vuole modellata sulla celebrata beltà di Paolina Bonaparte.

In fondo al porticato si nota il tempietto di Heinrich Heine, di cui la nobildonna è una grande estimatrice. Ad imitazione del poeta tedesco scrive persino una raccolta in versi che, per il sarcasmo con cui descrive la corte di Vienna, dispone sia pubblicata soltanto dopo il 1950. In una delle liriche parla alla distesa d’acqua che la circonda e dice:
“Oh, avess’io tanti canti
quante onde hai tu, o mio mare.
Io te li scriverei
e a te li porterei.
Tutto ciò che sento, che penso,
sì, tutto l’esser mio smarrito
vorrei tuffarlo in te…
Tu, mio scrigno cristallino,
tu, pascolo degli occhi miei,
tu conforto, qui, della mia esistenza,
mia prima gioia al mattino,
e a notte mio ultimo sguardo”.
In questo cantuccio appartato la padrona di casa si sofferma lungamente, specie dopo il tramonto o alle prime luci dell’alba, allorché regnano quiete e silenzio. E poi ecco i simulacri di Byron e di Shakespeare, la tenda di Eolo, la pedana dei centauri, i lottatori circensi, il satiro che regge sulle spalle Dioniso ancora fanciullo, il volto di Saffo, i busti di Demostene ed Euripide, di Platone e dei pensatori presocratici, che riportano indietro le lancette dell’orologio fino all’antichità preromana. Su una piattaforma che guarda la facciata della villa posa invece la statua dell’Achille morente realizzata nel 1884 dallo scultore Hernst Herter.


L’eroe è raffigurato mentre tenta inutilmente di strappare la freccia di Paride dal tallone, l’unico suo punto debole perché la madre Teti, immergendolo nel fiume Stige, lo tiene per un piede e impedisce alle acque che fanno immortali di rendere invulnerabile anche questa estremità. Ma l’ammirazione per il leggendario Pelìde si scopre anche dentro la villa, dove compare il maestoso quadro del pittore austriaco Franz Matz.


Lungo 10 metri ed alto 4, ritrae il superbo guerriero che con la biga trascina il corpo seminudo di Ettore dinnanzi alle mura di Ilio impugnando con la destra l’elmo dell’acerrimo nemico ucciso. Il perché di questa predilezione per il re dei Mirmidoni lo spiega Sissi in persona. “Achille – confessa – per me incarna l’anima greca e la bellezza di questa terra. Io l’amo anche perché egli era il piè veloce, era forte e caparbio e ha disprezzato tutti i re e tutte le tradizioni, considerando la folla umana buona soltanto per essere falciata come biada dalla morte. Di sacro non c’era per lui che la sua volontà. Ha vissuto solo per i suoi sogni, e più dell’intera vita gli era prezioso il suo dolore”.
L’imperatrice trascorre all’Achilleion buona parte degli anni tra il 1892 ed il 1896. Poi la frequentazione si interrompe a causa degli scontri tra Grecia e Turchia. E nel 1898, quando la sovrana viene assassinata in Svizzera, la dimora passa per testamento agli eredi. Nel 1908, però, viene acquisita dal Kaiser Guglielmo II di Germania, che a Corfù trascorre le vacanze estive fino allo scoppio del primo conflitto mondiale. In questa fase la costruzione non conosce grosse modifiche, ma s’arricchisce d’una aggiunta significativa. Il nuovo proprietario infatti vuole tra le palme la presenza d’un condottiero vincitore. Per questo commissiona all’artista tedesco Johannes Gotz l’icona in bronzo d’un Achille vittorioso. Il simulacro è alto quasi 6 metri e pesa oltre 4 tonnellate. Alla fine della Grande Guerra l’edificio diviene un bene statale e, ceduto a un gruppo privato, è oggi sede d’un casinò. Tuttavia al piano terreno rimane un piccolo museo dei ricordi aperto al pubblico. Tra essi figura un ritratto a olio della prima famosa inquilina, opera del pittore Franz Xaver Winterhalter.
Testo di Lorenzo Iseppi
(seconda parte – fine)
Prima parte: L’isola di Corfù è ospitale con Odisseo ma rende gloria ad Achille
Didascalie:
- Il coro delle Muse lungo il peristilio dell’Achilleion
- La danzatrice canoviana
- L’Achille morente dello scultore tedesco Hernst Herter
- Il Pelìde mentre tenta di strappare la freccia dal tallone
- L’affresco del pittore austriaco Franz Matz
- L’Achille vittorioso dell’artista Johannes Gotz