
Padre Enzo Bianchi le ha dette chiare e il pubblico del Festival della Mente di Sarzana (erano anni che voleva accettare l’invito degli organizzatori, ma altri impegni l’avevano finora tenuto lontano) ha particolarmente apprezzato la sua sincerità. Il primo, lungo e caloroso, applauso è stato per testimoniargli affetto e simpatia, ma tutti quelli successivi (numerosi) hanno voluto sottolineare i passaggi più incisivi del suo discorso. Il secondo è arrivato subito, quando ha esordito dicendo di temere che non abbiamo ancora toccato il fondo e il terzo l’ha seguito all’affermazione che siamo in guerra ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente.
Occorre invece percorrere cammini di umanizzazione, recuperare i fondamentali valori e principi dimenticati o addirittura calpestati. Tutti noi siamo convinti che l’umanizzazione si giochi nel rapporto io-l’altro e noi-gli altri, ma troppo spesso ricorriamo a queste due categorie, noi e gli altri, per contrapporle e tenerle a distanza. Se però facciamo attenzione, comprendiamo che è arduo differenziarle e capire chi appartiene a ciascuna di queste due categorie. Noi e gli altri, tutti esistiamo soltanto in quanto entriamo in relazione con quanti ci stanno attorno perché ognuno di noi si è umanizzato in quanto essere in relazione con il prossimo. Dobbiamo dunque riscoprire il termine straordinario di “prossimo”, ovvero qualcuno al quale sappiamo dare esistenza attraverso il riconoscimento della sua presenza. Esiste un’intima connessione tra noi e gli altri ed è questa consapevolezza che ci rende umani.

Senza alcun imbarazzo, Bianchi ha poi affrontato a viso aperto il problema di quella che lui chiama “carità presbite”, quella di molti cristiani del nostro tempo che amano chi è lontano, dimenticando chi è qui, vicino. Manca il dono a chi sta accanto a noi, ha notato con amarezza. Ci siamo abituati a una carità a distanza, fatta di SMS di pochi euro, come ci invita a fare la pubblicità in televisione. Ma se incontriamo un povero in carne ed ossa davanti a noi, ne siamo imbarazzati e facciamo fatica a incontrarlo: evitiamo che diventi nostro prossimo (altro applauso). Il cammino di umanizzazione, invece, è quello percorso da chi ha il gusto dell’altro, come diceva un antropologo suo amico.
Questa umanizzazione deve percorrere tre direttrici (sempre tenendo ben presente che la libertà è la vera vocazione dell’uomo), rispettivamente verso l’altro per eccellenza, ovvero lo straniero, poi verso l’altro per religione e infine verso l’altro per convinzioni etiche. Il primo è diverso da noi per lingua, religione, cultura, tratti somatici. Ma se prestiamo attenzione, comprendiamo allora di far parte di un’unica umanità. Del resto la migrazione non è certo un fenomeno non nuovo, dovremmo anzi ricordare la nostra (a questo proposito rimando allo spettacolo Italy di Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa, andato in scena venerdì sera qui a Sarzana). Da sempre sono i poveri che corrono verso il pane e non il contrario, ha fatto notare Bianchi, sottolineando l’agghiacciante cifra di diecimila migranti che hanno trovato la morte nella traversata del Mediterraneo, negli ultimi anni diventato tomba per tanti in fuga dal proprio paese.
Ma attenzione: la paura dello straniero, del diverso da me, non va né derisa, né minimizzata; va invece razionalizzata e combattuta. Va affrontata a viso aperto questa sensazione paralizzante. Ma come? Dobbiamo metterci in ascolto, offrire agli stranieri delle occasioni di sentirsi parte della nostra comunità e non estranei pericolosi. Con loro dobbiamo creare una nuova identità, che è sempre dinamica, in divenire, plurale. Dobbiamo rifiutare l’autismo sociale perché non possiamo nutrirci dell’esclusione degli altri.

La seconda direttrice di questo percorso di umanizzazione deve portarci a incontrare gli altri diversi per religione. Da quattordici secoli, il diverso per eccellenza – da questo punto di vista – è il musulmano. Non possiamo negare l’asimmetria che esiste tra islam e cristianesimo: è il primo che si innesta sul secondo e dunque lo considera indispensabile, mentre il cristianesimo fa a meno dell’islam. Ma la stessa cosa vale per noi nel rapporto con l’ebraismo! Bianchi ha detto parole chiare anche riguardo il cammino verso la modernità che devono compiere i musulmani, lo stesso, però, che devono percorrere gli ebrei ortodossi. È un intervento molto politico, nel senso di civile, e gli applausi ne premiano il coraggio e la chiarezza di dire pane al pane e vino al vino (per usare un’espressione che gli è cara).
Infine, ma non ultimo, dobbiamo dialogare con chi ha un’etica diversa dalla nostra. Il tema della spiritualità di quelli che si dicono indifferenti, agnostici, non credenti deve tornare prioritario per i cristiani, ha affermato Bianchi ricordando le parole con cui Paolo VI invitava ad ascoltare i non credenti, perché potrebbero insegnare qualcosa anche ai cristiani. Vanno respinte con forza la demonizzazione e la delegittimazione dell’altro, perché ogni uomo, credente o non credente, è immagine di Dio ed è capace di darsi un’etica, mentre nemico comune di tutti gli uomini di buona volontà sono il nichilismo e la perdita di senso. Dobbiamo invece continuamente ascoltarci e confrontarci in profondità, senza inimicizie.
A chiusura dell’intervento Bianchi ha proposto la sua personale deontologia per l’umanizzazione. Punto primo: dobbiamo riscoprire il singolare, parlando cioè non genericamente di poveri ma di una persona povera, riconoscendole così identità. Secondo: mettiamoci all’ascolto, dando la nostra presenza, a cominciare da chi ci è vicino, in famiglia. E terzo: impegniamoci nella responsabilità perché non vi è amore senza responsabilità. La ricetta, come vedete è semplicissima. Ma come tutte le ricette semplicissime, dannatamente difficile da mettere in pratica…
Saul Stucchi
ENZO BIANCHI
Vie di umanizzazione
FESTIVAL DELLA MENTE – Ottava edizione
Sarzana (SP)
2-3-4 settembre 2011
Informazioni e calendario:
www.festivaldellamente.it