Il 18 gennaio del 1859, a seguito del convegno di Plombières, c’è la firma del trattato d’alleanza tra la Francia e il Regno di Sardegna. Dopo di che il governo piemontese cerca di sfidare Vienna con una serie di iniziative più o meno provocatorie.
Richiama in servizio i riservisti, consolida le linee di difesa e forma sotto il comando di Garibaldi un corpo di volontari, denominati “Cacciatori delle Alpi”. L’Austria, anziché agire per vie diplomatiche, decide di forzare la mano e il 23 aprile presenta al Cavour un ultimatum, con cui si chiede l’immediato disarmo. Al netto rifiuto segue l’inevitabile dichiarazione di guerra.
Il tentativo di battere l’esercito sardo prima dell’arrivo degli aiuti stranieri viene scongiurato allagando le risaie vercellesi, che rallentano l’avanzata del maresciallo Giulay. Le truppe di Napoleone III giungono a Genova via mare e per ferrovia unendosi agli alleati presso Alessandria. L’eroe dei due mondi varca per primo il Ticino ed avanza lungo la fascia lombarda liberando Varese, Como, Bergamo e Brescia.
Il grosso delle truppe alleate si scontra invece con gli avversari a Montebello e Palestro. Il 4 giugno, con la vittoria a Magenta del generale Mac Mahon, si aprono le porte per Milano e si prospetta la marcia sul Veneto. Ma il 24 giugno c’è l’ultimo tentativo di controffensiva asburgica sui colli tra Brescia e Mantova con le battaglie di San Martino e Solferino.

E’ sicuramente una delle fasi più cruente dell’intero risorgimento. Anche se allertato dalla cavalleria in ricognizione, il nipote del Bonaparte è convinto che le forze nemiche presenti nella zona siano delle piccole retroguardie. Gli avversari, per converso, credono che dinanzi a loro si trovino soltanto alcuni reparti avanzati. In sostanza entrambe le armate si scontrano mentre sono in marcia e giungono quindi a contatto quasi per caso. E al tramonto, dopo una decina d’ore di battaglia, tra morti e feriti si contano sul terreno quasi 100 mila vittime. Sul posto si trova casualmente uno svizzero di nome Henry Dunant. E’ lì per chiedere all’imperatore francese un aiuto finanziario.
Intende infatti costruire dei mulini a vento in Algeria per la produzione di cereali destinati alle popolazioni locali. Assiste così sbigottito ad un vero e proprio massacro. Con le autorità ed i religiosi locali organizza i soccorsi e, di fronte all’insensato martirio di tante vite, concepisce l’idea d’istituire quella che pochi anni dopo sarà la Croce Rossa.
Rivisitare ad un secolo e mezzo dalla strage il teatro di questo autentico bagno di sangue è ancora assai istruttivo. C’è chi preferisce partire subito dai punti nevralgici. Ma forse è meglio avvicinarsi all’epicentro in progressione, cominciando dalle zone periferiche, e in particolare da Castiglione delle Stiviere. In questo caso la prima tappa è il castello dei Gonzaga, con la torretta medievale da cui, all’alba del 24 giugno 1859 Napoleone III, accorso da Montichiari, alle prime avvisaglie scruta preoccupato l’inizio degli scontri.
La seconda è il duomo settecentesco, trasformato frettolosamente in un ospedale da campo per soccorrere i soldati bisognosi di cure. E’ qui che Dunant, don Lorenzo Barziza ed una schiera di volontarie cercano di salvare il maggior numero di uomini d’entrambi i fronti, senza distinzione di schieramento o di grado.
Arrivati a San Martino della Battaglia, seminascosta tra la vegetazione sorge la cappella-ossario della Contracagna, intorno alla quale si svolgono le fasi decisive della lotta fra le truppe sarde e l’VIII corpo d’armata del generale von Benedek. Lungo il viale d’accesso si incontrano i cippi che commemorano le brigate “Acqui”, “Pinerolo”, “Piemonte” ed “Aosta”, oltre ad 8 battaglioni di bersaglieri.
Il piccolo tempio accoglie nell’abside 1274 teschi e nella cripta un imprecisato numero di ossa di 2619 caduti. A poche decine di metri s’innalza un museo vero e proprio. Aperto nel 1939 e distribuito in tre ampie sale, espone divise, armi e cimeli legati al combattimento. Sulla zona più elevata si staglia la torre neogotica dell’architetto Frizzoni di Bergamo, conclusa nel 1893. La costruzione è formata da un tamburo cilindrico rastremato, sopra il quale si eleva un maschio che raggiunge una quota di 74 metri.
Ai lati dell’ingresso due lapidi ricordano tutti i reparti ed i riconoscimenti al valore meritati, mentre domina l’atrio una statua in bronzo di Vittorio Emanuele II firmata dal veneto Antonio Dal Zotto. L’interno è visitabile in tutta l’altezza tramite una rampa circolare che sale mostrando alle pareti scene di celebri battaglie. E per questa sua caratteristica un poeta arriva a chiamarla “la colonna Traiana affrescata”. Partendo dal basso, il primo quadro del pittore veronese Vincenzo De Stefani immortala la vittoriosa battaglia di Goito del 30 maggio 1848, allorché il duca Vittorio Emanuele, prima d’essere ferito, incita i granatieri di Sardegna gridando: “A me le guardie per l’onore di casa Savoia”. Il secondo, opera del veneziano Vittorio Bressanin, evidenzia il combattimento del 27 giugno 1849 a Venezia, presso il forte Sant’Antonio, dove trova la morte il colonnello Cesare Rosaroll dell’esercito napoletano. Il terzo, ancora di De Stefani, rievoca un episodio della guerra di Crimea, quando il 16 agosto del 1856 l’esercito piemontese al comando di Alfonso La Marmora vince la battaglia contro i russi sulle rive del fiume Cernaia. Il quarto è dedicato dall’artista Raffaele Pontremoli all’ultimo vittorioso assalto al colle di San Martino avvenuto il 24 giugno 1859 e ritrae tra gli altri il re Vittorio Emanuele II, il generale Mollard e il maggiore Thaon de Revel. 
Il quinto, del trevigiano Giuseppe Vizzotto Alberti, presenta la tappa della campagna garibaldina dei Mille nei pressi di Capua, dove 19 settembre 1860 c’é un combattimento tra le giubbe rosse ed i soldati del re di Napoli Francesco II di Borbone. Il sesto, sempre di Pontremoli, ricorda l’episodio della terza guerra d’indipendenza relativo alla battaglia di Custoza con il principe Umberto di Savoia che, presso Villafranca, resiste alla carica della cavalleria nemica. Il settimo ed ultimo, firmato di nuovo dal Vizzotto, è dedicato alla presa di Roma del 20 settembre 1870 e rammenta la morte del maggiore Pagliari presso Porta Pia. Sulla vetta si trova un faro che a sera s’accende dei tre colori della bandiera italiana e c’é una terrazza panoramica, da cui si possono osservare le cascine d’intorno coinvolte negli scontri, la sponda meridionale del lago di Garda e il profilo delle prealpi.
Ma è a Solferino che si misurano direttamente i due imperatori Napoleone III e Francesco Giuseppe. In palio c’è dapprima il castello, che cade nel pomeriggio dopo una durissima azione dell’artiglieria francese.
Poi è il momento dell’assalto all’antica rocca, chiamata la “Spia d’Italia” per la sua posizione strategica sul Colle dei Cipressi. Aprono le ostilità i generali Forey e Ladmirault con le loro audaci colonne. Dopo lotte indescrivibili guadagnano la cresta e il colonnello d’Auvergne sventola sulla punta della spada il fazzoletto della vittoria. Ora il torrione, restaurato, conserva all’ingresso un obice sardo da 15 centimetri, busti e cimeli vari. A metà altezza si apre la cosiddetta sala dei sovrani, mentre una lapide rammenta ai visitatori che nella battaglia perdono la vita 2 generali, 7 colonnelli, 200 ufficiali e 6500 soldati dell’armata francese d’Italia e un generale, 3 colonnelli, 76 ufficiali e 2200 soldati delle truppe piemontesi. Sull’altura una serie di pannelli esplicativi ricorda l’importanza storica del sito, il prezzo costato in termini di sacrifici umani e l’eccezionale opera di assistenza sanitaria fornita dai civili. 
E qui, in fondo ad un viottolo alberato, dal 1959 si erge il “Memoriale” della Croce Rossa, costituito da un intreccio di membrature che evocano la lotta e insieme l’abbraccio e la pacificazione. Su lato destro, sopra una parete, sono incastonate decine di lastre di pietra con incisi i nomi dei Paesi che riconoscono ufficialmente l’istituto di soccorso internazionale ormai diffuso in tutti gli angoli della terra.
E, proprio a ricordo del 150° anniversario dell’evento ispiratore, per il prossimo giugno sono in programma diverse iniziative: la riunione mondiale della gioventù, l’allestimento di un villaggio umanitario con simulazioni degli interventi d’emergenza, una fiaccolata lungo le strade percorse dai soccorritori ottocenteschi e una marcia commemorativa fino a Ginevra seguendo le orme di Henry Dunant.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- La sponda meridionale del Garda e il profilo delle prealpi visti dalla sommità della torre di San Martino.
- La torretta del castello dei Gonzaga da cui all’alba del 24 giugno 1859 Napoleone III segue le prime fasi della battaglia.
- Il settecentesco duomo di Castiglione delle Stiviere, trasformato in ospedale da campo per assistere e curare i feriti.
- Interno della cappella-ossario della Contracagna, che conserva i resti ossei di 2619 caduti.
- La torre di San Martino inaugurata nel 1893.
- Particolare dell’affresco di Raffaele Pontremoli che ritrae l’ultimo assalto al colle di San Martino.
- La “Spia d’Italia” sul Colle dei Cipressi di Solferino.
- Il “Memoriale” della Croce Rossa eretto nel 1959.
- Alcune delle lastre con incisi i nomi dei Paesi che riconoscono la Croce Rossa.