Terza e ultima parte del servizio di Lorenzo Iseppi sulla Cappella Colleoni di Bergamo. La prima e la seconda si possono leggere qui e qui.
La battaglia della Riccardina si verifica il 25 luglio del 1467, allorché le truppe veneziane si scontrano con il duca di Urbino Federico da Montefeltro, alleato con Bologna, Firenze, Milano e Napoli. Gli eserciti si affrontano fra San Martino in Argine e Mezzolara, sulla riva sinistra dell’Idice. Nell’occasione, tra l’altro, riporta serie ferite Ercole I d’Este e l’episodio è espressamente citato nel terzo canto dell’Orlando Furioso ariostesco. Ma la fama dello scontro è soprattutto legata all’impiego delle armi da fuoco come una moderna artiglieria da campagna. Qui in sostanza emerge la genialità del Colleoni, che per la prima volta introduce bocche di fuoco mobili. Costituite da colubrine e spingarde montate su ruote, si rivelano molto più maneggevoli di quelle antagoniste, che per l’uso devono essere trasferite su carri e scaricate a terra. E anche questo particolare spicca nel policromo diario di pietra.
Le colonne sono cannoni
Le dodici colonnine dell’edificio sepolcrale, infatti, non hanno nulla degli abituali piedritti architettonici e sono invece inequivocabilmente dei fusti di cannone. A dire il vero, una simile pagina retrospettiva è ritenuta gloriosa per alcuni, ma un’onta per altri. Chi segue ancora il codice cavalleresco pensa che la guerra sia una leale contesa tra gentiluomini e il ricorso a bombarde in grado di esplodere palle grosse come prugne è classificata come una scelta barbara e demoniaca. 
Proprio in quell’occasione, comunque, il condottiero contrae la malaria, che pochi anni dopo sarà la causa principale del suo trapasso. E l’episodio costituirebbe un’ulteriore riprova delle teorie di Hans Zinsser, quando sostiene che parecchie vittorie di cui spesso si pavoneggiano gli strateghi del passato sono piuttosto merito d’invisibili germi patogeni.
Nella zona più alta figura una loggetta a dieci bifore, chiamata a rievocare un altro passaggio dei testi sacri. Rammenta il profeta Isaia che, per dimostrare la grandezza divina all’incredulo re Ezechia, fa tornare indietro di dieci gradi l’ombra del sole sulla meridiana di Acaz. Sopra si apre un secondo rosone, con al centro un candelabro.

Il rettile attorcigliato onora il condottiero come benefattore del territorio imitando la serpe di Mosè salus vitae. Sopra si elevano il tamburo della cupola ottagonale e della lanterna. Sui piloni i rilievi di putti dediti alla musica e alla lettura decantano il facoltoso mecenate. Nel fianco sinistro è anche incastonato il singolare stemma dinastico con le fatidiche “gocce”. 
Qualche biografo compie le più strane capriole documentarie cercando di sostenere che si tratta d’un blasone con leoni, da cui per corruzione scaturirebbe poi anche il cognome del casato. Più prosaicamente il romanziere francese Honoré de Balzac le chiama “ghiandole virili al naturale”. Sono insomma tre testicoli, una diversità anatomica di cui è dotato il capitano di ventura e che ostenta sempre con fierezza.
Di fronte all’ingresso si trova la sepoltura. I rilievi del sarcofago riproducono la flagellazione di Cristo, l’ascesa al Calvario, il martirio in croce e la successiva resurrezione. Fra essi si ergono le sculture delle principali virtù: carità, fede, giustizia, fortezza, temperanza e obbedienza. Sopra poggiano tre icone di soggetti seduti, il cui significato non è sicuro. Secondo i più dovrebbero rappresentare Sansone, Davide e Giuditta, tesi ad ammonire che l’umiltà trionfa sulla superbia. Quanto all’aurea statua equestre, è collocata nel 1500 e si deve al tedesco Leonardo Syri di Norimberga e al collega Sisto. Nel sacello superiore riposano con ogni probabilità le spoglie della moglie bresciana Tisbe Martinengo della Mottella. Sposata nel 1433, regala al marito ben otto figlie, ma neppure un erede maschio. Le istoriazioni marmoree sulla sua urna rappresentano l’annunciazione, la natività e la visita dei magi alla capanna di Betlemme. Ai lati due epitaffi con lettere d’ottone riproducono testi di Ercole Tassi e nei sostegni risaltano gli emblemi dei “quattro generalati”.

Raffinato prodotto scultoreo è infine la tomba di Medea, figlia naturale del Colleoni perita in tenera età il 5 marzo del 1470. Originariamente nella chiesa di Santa Maria in Basella, presso Urgnano, viene traslata accanto alle spoglie del padre nel 1842, come ricorda un’iscrizione in basso. Sul fronte tripartito brilla la stella della famiglia, mentre al centro si staglia una bella “Pietà” e sopra si erge l’effigie della Vergine con Bambino. Un ultimo elemento di rilievo dell’interno è l’altare. L’originale del Quattrocento è sostituito da un manufatto barocco nel 1676, ma Bartolomeo Manni aggiunge alla composizione le immagini di Giovanni Battista, dell’apostolo Bartolomeo e dell’evangelista San Marco.
Già attribuite dalla critica a Jacopo Sansovino e a Bartolomeo Tassi, nel 1965 si accerta definitivamente che sono in realtà di Pietro Antonio Solari e risalgono al 1490. Quanto alla mensa, è eseguita ai primi del XIX secolo su disegni dell’austriaco Leopoldo Pollak, attivo per lunghi anni soprattutto a Milano e autore fra l’altro della neoclassica Villa Reale di via Palestro, oggi sede della civica galleria d’arte moderna.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
(terza parte – fine)
Didascalie:
- La cappella Colleoni di Bergamo (particolare della facciata)
- I piedritti che ricordano i fusti di cannone
- Il secondo rosone dell’edificio con al centro un candelabro
- Lo stemma dinastico con le fatidiche “gocce”, che in realtà indicano la diversità anatomica del Colleoni
- La lanterna sommitale del mausoleo