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Voi siete qui: Italia » A Bergamo la cappella Colleoni narra le magie d’un condottiero (2)

23 Febbraio 2010

A Bergamo la cappella Colleoni narra le magie d’un condottiero (2)

colleoni_ante_3 Seconda parte del servizio di Lorenzo Iseppi sulla Cappella Colleoni di Bergamo. La prima si può leggere qui.

Mentre ottiene la sovranità su Chiari, il Colleoni è contattato da Andrea Morosini e salta nuovamente il fossato accettando lo stratosferico stipendio della Serenissima. Nel 1464, con il decesso del duca lombardo, accarezza persino il sogno d’impadronirsi dell’ambitissimo trono. Poi però accantona la rischiosa idea e comincia invece a complottare con i fuoriusciti fiorentini organizzando la cacciata da Firenze di Pietro de’ Medici. Nel 1468 si può concedere il lusso di dire no al re di Francia Luigi XI che, tramite i maneggi dell’ambasciatore Ludovico Valperga, gli offre un compenso di 125 mila corone per reprimere i rivoltosi nobili d’oltralpe. colleoni_01Papa Paolo II lo nomina addirittura capo dell’esercito cattolico contro i turchi. Diviene duca d’Angiò e in seguito di Borgogna. Nel 1467 si permette di accordare all’imperatore tedesco il salvacondotto per un tratto di strada verso Roma, mentre poco dopo riceve la visita ufficiale del re di Danimarca Cristiano I. Galeazzo Sforza ordisce un ultimo complotto per avvelenarlo. Ma il sicario Ambrogio Vismara, scoperto appena in tempo, è tagliato a pezzi e le sue membra sono esposte in pubblico a severo monito per chiunque osi tentare una qualche altra sfida. Ormai ricchissimo e quasi mitizzato, muore a Malpaga all’alba del 2 novembre 1475 lasciando un’eredità di valore incalcolabile e inducendo le autorità lagunari a dedicargli il poderoso monumento equestre eseguito dal Verrocchio al Campo di San Giovanni e Paolo.

Un erede di Ercole

Il tema, almeno lungo l’asse principale, è quello d’un itinerarium mentis ad Deum, attraverso cui l’individuo si depura delle colpe per accostarsi al sovrannaturale e alla redenzione. Accanto ai toni squisitamente spirituali compaiono però i simboli mondani delle imprese dell’uomo. In basso si snodano quattro episodi delle fatiche di Ercole: la vittoria contro il leone di Nemea, il duello con Anteo, la lotta all’idra di Lerna e da ultimo al toro di Creta. È chiaro il tentativo di avallare le alchimie e gli acrobatici salti dei cronisti rinascimentali, che si arrampicano sugli specchi per creare una genealogia adeguata al personaggio. E se alcuni azzardano una discendenza da Federico Barbarossa, i più lo presentano proprio come un epigono dell’Eracle coperto con la pelle di leone. I segni encomiastici più vistosi sono però le erme che campeggiano nella fascia centrale. Da un lato c’è Giulio Cesare e dall’altro Traiano.
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Le scritte ai bordi delle nicchie precisano che il loro dominio dura rispettivamente 5 e 19 anni. A prima vista non si capisce bene il perché d’una simile scelta che appare manifesta quando si legge l’iscrizione della targa funeraria del capitano di ventura. Essa sottolinea che regna 26 anni superando così, almeno sul piano temporale, i due gloriosi romani insieme. D’altronde l’immagine delle teste coronate si ripete anche sulle lesene angolari e nel basamento, dove compaiono ad esempio i simulacri di Adriano e persino della meteora Galba.
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Ma il motivo che troneggia nel prospetto è la statua al verticale di guerriero, che allude sicuramente al titolare del sacrario. È posta proprio sopra il rosone, che l’immaginario collettivo identifica da sempre con la “ruota della fortuna”. Essa, se si osserva, viene intaccata dagli spigoli delle finestre laterali che frenano il suo ipotetico quanto ininterrotto volteggiare.
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In altre parole, l’eterno flusso circolare della storia s’arresta proprio nel momento in cui il condottiero getta la spugna all’apice della popolarità ed “invictus”. Secondo un’interpretazione aggiuntiva, di natura biblica, egli è ritratto come un secondo Giosuè, un novello giudice israelita per il quale Dio sospende l’ordinamento dell’universo fermando il disco solare durante la battaglia contro i Gabaoniti. Il discorso, in questo caso, rimanda a una circostanza cruciale nella burrascosa carriera dell’estinto. Si tratta della rinomata battaglia della Riccardina, quando si continua a combattere nottetempo al lume delle torce per impedire all’avversario di riassettare le file e predisporre una riscossa.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
(seconda parte – segue)

Didascalie:

  • L’erma di Traiano
  • La cappella Colleoni
  • L’erma di Giulio Cesare
  • Il tondo di Adriano
  • La statua del condottiero al centro della facciata
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