Ieri sera, alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano, Arturo Pérez-Reverte ha presentato al pubblico il suo ultimo libro, Il pittore di battaglie, edito da Marco Tropea Editore. Con lui ne hanno parlato Giovanni Porzio, Gabriella Simoni e Paolo Soraci.
Lo scrittore spagnolo ha esordito rivelando che ha impiegato dodici anni per portare a termine il romanzo, sentendo il peso dell’argomento che sta al centro della storia: l’orrore della guerra.

Le sue mille facce (sempre diverse, eppure eternamente immutabili) le ha viste da vicino, durante la ventennale carriera di inviato di guerra. Come il protagonista del romanzo (un fotoreporter che ha appeso la macchina fotografica al chiodo per dedicarsi alla pittura di un inquietante murale con tutti gli orrori della guerra), Pérez-Reverte è stato sui fronti caldi di tutto il mondo, dall’America Latina, all’Africa, all’Iraq e alla ex Yugoslavia. Finché ha compreso che il suo lavoro per lui non aveva più senso.
Giornalismo in guerra
Da tempo si era reso conto di disprezzare i lettori dei suoi pezzi e di iniziare a disprezzare se stesso. Ha notato che l’uomo (l’uomo occidentale) continua a stupirsi di fronte all’orrore, eppure la storia racconta da sempre, da che esiste, gli orrori della guerra e la stupidità della violenza. Del resto la guerra non è altro che la manifestazione estrema della condizione umana.
Lo scrittore spagnolo ha affermato che il giornalismo è diventato da anni uno strumento di guerra, mentre è definitivamente tramontata la sua funzione di denuncia. Ma nessuno è innocente: il combattente ha perso la propria “innocenza” tecnica. Oggi i soldati – irregolari, partigiani volontari, mercenari o irregimentati in un esercito nazionale – uccidono i giornalisti in modo del tutto consapevole, consci che rappresentano un “nemico”.
I giornalisti non muoiono più per “incidenti” di lavoro (come calpestare una mina), o meglio solo in minima parte la loro morte avviene per queste ragioni. D’altra parte – a peggiorare ulteriormente la situazione degli inviati – i giornalisti sono oggi al servizio di poteri forti, superiori, che non hanno nulla a che fare con l’informazione (affermazione che ha trovato d’accordo il folto pubblico presente che l’ha sottolineata con un applauso).
Pérez-Reverte ha proseguito la sua analisi sostenendo che l’uomo occidentale vive in una FINZIONE, nell’illusione di poter isolarsi in un mondo sterilizzato e indolore. E invece siamo animali pericolosi in un ambiente ostile e pieno di insidie. Solo la cultura può apportare una qualche forma di salvezza, rendendo consapevoli dell’orrore che impregna la realtà quotidiana, anche nelle nostre città. La cultura è un ANALGESICO che non guarisce ma che ha il potere, almeno, di rendere sopportabile il dolore. Consente di combinare serenità e lucidità.
Saul Stucchi
Arturo Pérez-Reverte
Il pittore di battaglie
Marco Tropea Editore
Traduzione di Roberta Bovaia
pp. 288
15 €