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Voi siete qui: Mondo » In viaggio tra Zanzibar, Tanzania e Kenya. Prima di tornare in Zambia

28 Febbraio 2014

In viaggio tra Zanzibar, Tanzania e Kenya. Prima di tornare in Zambia

Zanzibar_tuffo
Sono andata in cerca di qualcosa di più ruvido e vicino al mio sentire. L’ho trovato nei villaggi, nella gente e nelle abitudini del sud, inizialmente diffidenti, poi divertiti da una mzungu con la pelle e i capelli da mulatta, affamata di mango, di polpo alla griglia, di storia e mestieri locali. Laggiù ho respirato l’odore vero di Zanzibar, quello del legno umido delle sottilissime barche a vela; ho imparato ad usare tutto della palma da cocco, dal frutto alle foglie al fusto, ma non ad arrampicarmi fino in cima con i piedi legati da una fune per fare presa sul tronco sottile; ho provato a macinare a mano e ad intrecciare qualsiasi tipo di foglia e fibra; ho osservato senza mai stancarmi i piccoli passi delle donne che coltivano, raccolgono e seccano le alghe, poi trasformate in cibo, sapone, prodotti di bellezza.Zanzibar_noci
Laggiù si intuiscono i contorni reali, i tratti degli autoctoni, il ritmo faticoso e povero, lento e pacifico della vita dell’isola: è questo ciò di cui ci si innamora – ma è un amore struggente, molto diverso dalla passione che Stone Town ha scatenato nel mio impressionabile cuore. La città del porto mi ha stregata, un labirinto, un caleidoscopio, antica e sontuosa, prepotente, rumorosa, calda in molti modi diversi, gustosa in altrettanti, troppo piena di tutto per poterla descrivere – bisogna solo viverla.Zanzibar_Stonetown
E poi è stato tempo di ripartire, di nuovo per mare fino a Dar el Salam, quindi verso nord, a bordo di un autobus lanciato a folle velocità attraverso la Tanzania. Da una posizione ancora privilegiata, il sedile immediatamente dietro l’autista, ho visto sfilare villaggi, piantagioni di ananas e aloe, o qualcosa di molto simile, e poi il Kilimangiaro, sempre più vicino, pendici larghissime e azzurrine, cima ammantata di nuvole, protagonista del paesaggio per molti chilometri.

Il confine con il Kenya è segnalato dalla comparsa dei Masai, alti e sottili, avvolti nelle coperte rosse e blu, figure misteriose e ieratiche appoggiate a lunghi bastoni, pastori immobili nella campagna.
Di nuovo è cambiata la moneta, mentre la lingua è rimasta la stessa, lo swahili; il mostruoso sole dell’equatore è finalmente tramontato, restituendomi il respiro, e a sera inoltrata ero alle porte di Nairobi.
Ho visto poco, ma è bastato per rendermi conto delle dimensioni esagerate della capitale del Kenya: svincoli e sopraelevate si perdono nel buio della notte; strade larghissime che non riescono a regolare il traffico, bloccato ad ogni ora del giorno e della notte; alberghi, banche, edifici istituzionali, palazzi moderni chiudono l’orizzonte del centro, mentre le periferie si allargano come olio, agglomerati di baracche in lamiera intervallati da fabbriche e rari appezzamenti di terreno coltivato.

Io ho abitato un angolo speciale di questo mondo disastroso, ai confini della baraccopoli di Soweto: lì hanno sede i progetti kenyoti dell’associazione con cui collaboro, retti da due italiani, veri duri, e pensati per accogliere e sostenere anziani e ragazzi di strada. È una realtà molto più piccina rispetto a quella zambiana, ma ha un sapore diverso – sa di eroismo sommesso, di fatica gioiosa, di condivisione pura, di scelta ostinata e consapevole.
Tre case, una fatta di assi di legno gialle e verdi con il cancello blu, la cucina annerita dal fumo del fuoco, il campo da calcio, le docce e i bagni esterni; l’altra in muratura, che ospita un asilo nido al piano terra ed è un porto di mare, bambini cuoche inservienti madri, chi lavora e chi chiede; l’altra ancora di lamiera, piccola e soffocante, questa nel cuore di Soweto, identica a quelle che stanno attorno, attaccate, appoggiate alle stesse pareti.
È un mondo africano totalmente diverso rispetto a quello che mi è famigliare – l’odore, la luce, le attività quotidiane, la povertà, le abitudini, tutto. Sono stata troppo poco con loro per essermi fatta un’idea, ma sono stata bene.

Vi scrivo alla fine di tutto. Sto rientrando in Zambia, ma dopo una deviazione imprevista e difficile, che mi ha riportata a casa, in Italia. Sono tornata per salutare il nonno, partito per il viaggio più lungo che ci sia, e sono rimasta solo pochi, freddissimi giorni, durante i quali sono stata stretta stretta alla mia famiglia e ho abbracciato antichi amici del cuore, che nel momento del bisogno sempre compaiono – perfino quelli che vivono lontani e che un piccolo miracolo ha ricondotto qui, nello stesso momento.
Terza parte – fine.
Carlotta

Guarda le immagini di Carlotta su Instagram

Puntate precedenti:
– 1: Attraversare in treno lo Zambia lungo la mitica Tazara Railway
– 2: Approdare a Zanzibar, tra magie, profumi e malinconica disperazione

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