
Salpare da Dar el Salam è come studiare lo schema di un videogioco: livello 0 della spiaggia sporca con le misere baracche e le barche in secca dei pescatori; livello 1 del porto con la banchina, la capitaneria, i container, le navi mercantili; livello 2 della città, un miscuglio di stili architettonici, di nuovo e diroccato, di campanili e di minareti; livello 3 dei grattacieli di vetro in costruzione, sovrastati dalle altissime gru – la fotografia perfetta dei contrasti che abitano questo paese.
Poi sbarchi sull’isola più grande dell’arcipelago, Unguja, comunemente chiamata Zanzibar, e ti rendi conto di essere in un luogo magico, che possiede un ritmo, un profumo, una luce, una ricchezza di tradizioni e una malinconica disperazione che è impossibile incontrare, così, tutti insieme, in un altro angolo di mondo. E però lì ho ritrovato ricordi di altri viaggi e altri paesi, che con frequenza inaspettata tiravano l’orlo del mio kanga – la versione tanzaniana del citenghe, che tutte le donne indossano attorno ai fianchi e qui, dove la quasi totalità della popolazione è musulmana, anche sul capo.
Ho risolto questo mistero giorni dopo: per secoli l’isola è passata di mano in mano, europei arabi indiani, che hanno sì sfruttato le sue risorse, ma vivendo e amando la terra, importando quanto di più bello e prezioso conoscevano e possedevano – il prodotto finale di questa storia faticosa è una commistione di elementi diversi che, oggi, vengono percepiti dal visitatore distratto come la tradizione autoctona zanzibarina, ma dichiarano la loro provenienza se solo si ha la pazienza di interrogarli.
Il cuore originario dell’isola sopravvive nella Jozani Forest, intricata e selvatica, popolata da scimmie rosse e blu, granchi che vivono tra le radici nere delle mangrovie, serpenti che rimangono invisibili. E sopravvive, anche, sotto il mare, dove la barriera corallina disegna scenografie strabilianti per forma e colore, dentro cui si muovono creature a cui non so dare nome, pesci con ali da farfalla, conchiglie carnose, stelle marine bitorzolute.
Tutto ciò che circonda questi due retaggi vergini è importato da lontano: dalle spezie preziose, in primis il chiodo di garofano, tutt’ora monopolio statale, al riso, oggi alimento base della dieta dell’Africa orientale, e dalla canna da zucchero alle infinite varietà di frutta; dall’arte di intagliare il legno, che trova la sua espressione più alta nelle magnifiche porte decorate, al rito di servire chai e caffè in piccole tazze di porcellana agli angoli delle strade; dalle tartarughe dell’atollo di Changuu, magnifiche nella loro lentezza, che arrivate in dono dalle Seychelles hanno proliferato fino a diventare centinaia, alle piccole comunità di schiavi liberati, provenienti da tutta l’Africa, che sono rimasti sull’isola quando si è posto fine alla tratta dei neri che aveva in Zanzibar, porto riparato, il suo fulcro.
La colonizzazione prosegue in realtà, ancora oggi, ad opera della macchina del turismo: i primi ad inventare un nuovo modo di sfruttare la terra fertile, il mare incantevole e pescoso, l’atmosfera magica dell’isola, sono stati gli Italiani, che hanno affittato per 99 anni tratti di costa e perfino atolli per costruire villaggi e resort.
Il popolo dei vacanzieri si stabilisce di solito al nord, dove il fenomeno delle maree è meno impattante – io ho trascorso nel paradiso di Nungwi due giorni, poi sono scappata lontano dai finti Masai che parlano italiano e dai full moon party sulla spiaggia, a bordo della dalla-dalla, una specie di Ape Piaggio un po’ più grande attrezzata con panche e portabagagli che percorre in lungo e in largo le strade dell’isola.
Seconda parte – segue
Carlotta
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