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Voi siete qui: Mondo » Attraversare in treno lo Zambia lungo la mitica Tazara Railway

15 Febbraio 2014

Attraversare in treno lo Zambia lungo la mitica Tazara Railway

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Questo è un racconto di viaggio, che inizia e finisce in Zambia, è lungo tre settimane e migliaia di chilometri, è per forza riduttivo rispetto a quel che ho realmente visto e vissuto, ma spero come sempre vi porti lontano, avvicinandovi un po’ a quell’Africa che mia madre sempre definisce incomprensibile.

La partenza da Ndola è stata epica, sotto un diluvio incessante che ha trasformato la terra rossa in fango e il lavoro quotidiano dei contadini, dei venditori, degli spaccatori di pietre incrociati e sorpassati lungo la strada in un calvario. La prima tappa è stata la stazione di Kapiri Mposhi, punto di partenza – o di arrivo – della mitica Tazara Railway, ferrovia costruita negli anni Settanta con l’indispensabile contributo della Cina di Mao, che attraversa Zambia e Tanzania in millenovecento chilometri e quasi tre giorni.
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Biglietto di prima classe, lunga attesa nella grande struttura di cemento, vetro e ferro dipinta d’azzurro che una volta era all’avanguardia e ora è fatiscente – dell’antico splendore rimangono il piazzale esterno, con le aiuole geometriche che riprendono il gioco della facciata, un ristorante in disuso, una sala con divanetti di velluto e lumi a paraffina in cui si può solo sbirciare. Quando il treno, che parte solo due volte la settimana, è arrivato la banchina era affollata all’inverosimile di merci, bagagli e viaggiatori – i bianchi spiccavano nitidi, tenuta leggera e zaino in spalla: due italiani, due argentine, due australiane e un cinese, una barzelletta, che avrebbero stretto un sodalizio destinato a durare.

È stata un’avventura entusiasmante: le porte sui predellini sempre aperte e i finestrini senza vetro, per la gioia dei fotografi; lo scompartimento letto, lenzuola a righe verdi e ventilatore vintage, condiviso con persone che salgono e scendono ad ogni ora del giorno del giorno e della notte; il vagone ristorante con la cucina sempre in fermento, mentre dalla toilette non si può pretendere più di tanto, e cara grazia che viaggiavo in prima classe.

Attraversare due grandi paesi africani ed un fuso orario con la Tazara significa osservare tutto da una posizione privilegiata: il paesaggio scorre lento e lentamente cambia – la pianura zambiana, rigogliosa e lavata dalla pioggia, si innalza al di là del confine fino all’incontro con montagne impraticabili, che costringono la locomotiva ad ondeggiare rallentata, per poi diventare savana arsa e popolata da animali da safari. Di pari passo cambiano il clima, le abitazioni dei villaggi, la moneta, la lingua, l’abbigliamento, le varietà di frutta e verdura e cibo crudo e cotto offerti da grandi ceste portate sul capo, quando il treno sosta nelle stazioni e richiama con il suo lungo fischio passeggeri e venditori – e poi le motociclette e gli animali da pascolo, solo caprette smunte e mucche tutta pelle, ma che in Zambia non si incontrano mai.

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Dopo cinquantasei ore siamo arrivati al capolinea: Dar el Salam, il principale porto della Tanzania, città disordinata e congestionata dal traffico, sui cui pericoli ero già stata messa in guardia dai racconti di altri viaggiatori e dai comunicati della Farnesina allegati alle ultime email di mia madre. Abbiamo deciso di imbarcarci sul ferry boat del servizio pubblico che serve l’arcipelago di Zanzibar, più economico del catamarano di cui solitamente si servono i turisti ma non altrettanto capace, ahimè, di rompere l’onda lunga dell’oceano.
Prima parte – segue
Carlotta

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