
Cari tutti,
è passato quasi un mese dalla mia (ri)partenza: finalmente mi siedo e scrivo, spinta più dal fatto di non voler lasciar passare il Natale senza mandarvi gli auguri che dalla voglia di riordinare le idee. E allora partiamo dal punto numero uno, il Natale africano, che mi viene più facile e vi piace di più, perché è bello sentirsi raccontare di altri modi e altri mondi – e questo, in cui gli abbracci benaugurali sono sudati, in cui non esistono le luminarie, in cui il watchman indossa il cappello rosso bordato di bianco per fare la ronda nelle sere più fredde, senza sapere a che figura viene associato, definitivamente lo è, un altro mondo. Però, proprio perché qui si è al di fuori di qualsiasi logica, ci viene concesso di vivere le consuetudini, anche quelle a cui siamo testardamente affezionati, con altre modalità.
Bisogna solo fare attenzione a non smarrirsi, come stavo facendo io, priva dei must che sono sempre stati dei punti di riferimento: birkenstock invece delle moffole di pelo, nessuna illusione circa la neve e il white xmas, nessun albero da addobbare con le bocce che hanno fatto la storia della famiglia e da accendere ogni sera, niente regali, agenda sgombra. Poi mi sono sintonizzata sulla giusta frequenza, quella che scandisce il periodo dell’Avvento accendendo quattro candele una dopo l’altra, che non viene disturbata da nessun pensiero affannoso, che cresce d’intensità servendosi solo delle parole splendide di Isaia, che parlano di giustizia e fratellanza e condivisione e bellezza e armonia e che tutti dovrebbero leggere, non solo chi si professa credente.
Ci siamo avvicinati al 25 dicembre con questo ritmo pacato, semplicemente mettendo un giorno sull’altro, ma nel contempo sentendo crescere l’attesa, desiderando di condividere davvero il momento più speciale dell’anno, soprattutto in questo luogo, dove tutto è possibile. E allora abbiamo pensato a cose piccole, che poi ci sono scappate di mano, ingrossate da uno spirito del Natale che soffiava entusiasta e purissimo. Un party al Mary Christine, l’azienda agricola dedicata ai disabili: i ragazzi eleganti nei loro vestiti buoni, un albero di Natale estemporaneo – un secchio di plastica verde pieno di terra rossa, tre rami dell’albero jacaranda e delle palle colorate trovate nel container, l’insalata di patate e la coca-cola, una messa cantata in italiano e in icibemba e il prete che suona la chitarra.
La produzione massiva di biscottoni a forma di stella: erano per i quasi cento bambini dell’orfanotrofio St. Anthony di Ndola e sono stati consegnati la mattina della vigilia, scompigliando la monotonia delle giornate di chi ha dato al biscotto un significato tale da infilarselo con cura in tasca, di chi è così piccino da stare sempre nella culla e ha ceduto il suo ad altri, di chi è invalido tanto da dover essere imboccato, di chi ne pretendeva ancora e ancora e se sono finiti “prendimi in braccio ma non mi mettere più a terra”, dicevano con gli occhi e con le gambette avvinghiate alla mia vita – “non mi guardare così che ti porto via davvero, non piangere, prometto che torno”, è l’unica risposta.
La messa della sera nel compound di Nkwazi, alla parrocchia St. Elizabeth: interminabile festa di canti a cui avevo già assistito in precedenza ma questa volta composta e raccolta, circondata dall’oscurità totale dell’immensa baraccopoli, musicata dal fragore della pioggia sul tetto di lamiera, affollata di bambini che dormivano uno sull’altro o stesi sui citenghe ai piedi delle madri, decorata da festoni colorati, da una croce di neon rosso e da una capannina di paglia con un presepe di legno nero, che sono, tutti insieme, lo specchio di quella fede africana tutta particolare.
E ancora la messa della mattina al progetto cicetekelo, con i bambini e i ragazzi, che hanno voci limpidissime a cui è inutile porre resistenza, e padre Tiziano, il francescano trapiantato in Zambia da cinquant’anni, che riesce a trovare le parole giuste per ciascuno di noi. E il pranzo di Natale: inshima, cavoli e pollo, as usual, con l’aggiunta di riso con le salsicce come premio di consolazione per i vinti della caccia al tesoro, tenutasi tra una portata e l’altra, e dell’attesissimo dolce, il gelato del laboratorio Gigibontà – uno dei progetti dell’associazione, orgogliosamente Italian style.
Poi se ne sono andati tutti coloro che hanno una famiglia di parenti più o meno vicini da cui tornare, accompagnati dagli school bus del cicetekelo, ancora con il bicchiere di carta in mano e l’alone colorato del gelato intono alle labbra scure. Sono rimasti i residenti, loro davvero soli al mondo, o come se lo fossero. Per forza di cose sono quelli che amiamo di un amore speciale, perché sono difficili e lunatici e rischiosi e fragili, perché sono un’ingiustizia grandissima, perché sono una sfida vera. Loro, ieri che era Natale, si meritavano qualcosa di unico: un regalo a testa, scovato nel container ma nuovo fiammante, donato da chissà chi con l’etichetta ancora attaccata, impacchettato nella carta colorata – ed erano intimiditi e curiosi, poi felici che qualcuno avesse pensato proprio a ciascuno, singolarmente preso, e poi vanitosi con le loro magliette cinture cappellini nuovi, e poi cerimoniosi nel comporre un discorso di ringraziamento con tutti i crismi.
Ma c’era ancora un’altra cosa, uno scatolone grande con un fiocco rosso, lo aprite voi ma è per tutti i ragazzi del progetto, non è una cosa che si mangia, no non è sapone, no non è lozione per i capelli impossibili, non sono nemmeno cose per la scuola, dai scartatelo, panono che si rompe, la prima mano che si infila ed estrae una custodia, una frazione di secondo, poi l’esplosione di gioia incontenibile, proprio come se lo scatolone fosse stato una bomba, bambini che schizzano saltando sui tavoli e la panche e urlano fuori di sé “PS PS PS PS PS”, perché nella scatola c’è una consolle Playstation 2 ricoperta di giochi e loro, anche se sono nati in una baracca e sono cresciuti per strada, sanno benissimo che cos’è: è l’oggetto del desiderio, che hanno intravisto in qualche pub del compound senza potercisi avvicinare, è il passatempo più costoso, ché per pagare una partita nelle kantemba allacciate abusivamente all’elettricità ci vogliono le kwacha di cinque match a biliardo – e adesso ce l’hanno tra le mani ed è tutta per loro e mai avrebbero osato chiedere tanto a Babbo Natale, e io mi sono messa a piangere senza poter trattenere le lacrime davanti a questa magia pura e perfetta.
Ovviamente hanno voluto il football, “FIFA FIFA FIFA”, e hanno giocato una partita a testa, poi hanno consegnato consolle e dischi all’educatrice perché mettesse sotto chiave quella cosa preziosissima che è di tutti e per tutti, e sono andati a letto felici come dovrebbero essere i bambini quando arriva la sera del giorno di Natale. Noi invece siamo andati a mangiare le tagliatelle fatte a mano da Maradini, il responsabile dell’associazione, perché a dire il vero le cose buone della mamma e della nonna ci sono mancate. Io, poi, sono tornata nella casa dove vivo per una seconda cena con la mia famiglia zambiana – famiglia che è un’avventura e di cui vi racconto la prossima volta perché merita un capitolo a parte.
La seconda questione, invece, quella spinosa: riordinare le idee. È che manca il punto di partenza, che credo di aver perso da qualche parte in volo tra l’Italia e lo Zambia, perché quando ho salito la scaletta dell’aereo ero ferma e convinta e quando ho appoggiato i piedi sulla terra rossa mi sono chiesta: ma io cosa ci faccio di nuovo qui?
Per una settimana ho avuto davanti agli occhi, in primo piano, un punto di domanda gigante, che si sovrapponeva a quel meraviglioso tutto zambiano per cui avevo provato una fortissima nostalgia e che, improvvisamente, non mi diceva più nulla di nuovo, era noto, era consuetudine. Poi, lentamente, ho iniziato a capire che non c’è nulla di strano nel fare ritorno in un luogo vissuto con intensità totale e guardarlo sotto una luce diversa: è sicuramente spiazzante, soprattutto per chi, come me, viaggia sull’onda delle emozioni, ma non per forza negativo, soprattutto per chi, come me, ancora deve imparare a non ragionare di pancia. Ora so, una volta di più, che qui tutto si ribalta, non solo le costellazioni nel cielo: la strada che sembrava giusta e già tracciata, quella del ritorno in Africa, è invece tutta in salita. E so anche che questo nuovo sentire dev’essere benvenuto, perché guardare con obiettività serve a separare le reali motivazioni dagli entusiasmi superficiali. E poi, tutto questo fa parte di un gioco che rimane sempre e comunque entusiasmante: mi sono data la possibilità di sperimentarmi, quale libertà e privilegio più grandi esistono al mondo?
Quindi, cari tutti, buone feste, vi abbraccio da lontano, da questo mio Natale bello e strano, che ho donato e ricevuto, che è stato vissuto per ciò che è e compreso nel suo vero significato: quello della promessa di riscatto che ogni anno, magicamente, si rinnova.
Carlotta