
Un notista politico presente in sala avrebbe registrato la reazione tiepida del pubblico alle sottolineate allusioni alla strettissima attualità e ne avrebbe tratto qualche interessante, ma non necessariamente positiva, lezione.
La prima di Molto rumore per nulla, che ha inaugurato la nuova stagione del Teatro Carcano di Milano, ha infatti coinciso ieri con la sentenza della Consulta sulla legittimità del cosiddetto Lodo Alfano. Abbiamo quindi potuto assistere in diretta, si può dire, alla reazione degli spettatori “provocati” da battute che ruotavano attorno alla liceità o meno di arrestare un cavaliere.
Dovete purtroppo accontentarvi delle impressioni di un modesto giornalista culturale. Per la cronaca chi scrive ha registrato che il pubblico, pur prodigo di applausi a scena aperta (alcuni peraltro “suggeriti” dal personale tecnico della compagnia…), ha come sorvolato sui richiami all’attualità, concentrato forse sulla vicenda teatrale. Mah. Torniamo piuttosto a questa trasposizione del classico shakespeariano per la regia di Gabriele Lavia e diciamo subito che convince solo in parte. Soprattutto nei primi atti il ritmo viene mantenuto alto e gli ingranaggi paiono funzionare alla perfezione. Nella seconda parte, invece, c’è qualche rallentamento di troppo, per esempio nella lunga scena che vede per protagonisti i componenti della ronda (e anche qui il vocabolo viene fin troppo spesso ripetuto, ad ammiccare a fatti di triste attualità). La prova dei due gendarmi e del loro ufficiale è degna di nota, ma sarebbe stata più apprezzabile se non fosse stata in alcuni punti un po’ troppo sopra le righe. Lavia pare giocare con il teatro popolare siciliano, con richiami agli indimenticabili Franco e Ciccio, e con il teatrino dei pupi (le guardie a un certo punto fanno capolino sopra un telo rosso).

La trama prevede tutti gli ingredienti tanto cari a Shakespeare, dal travestimento all’amore contrastato, dall’amicizia fraterna al tradimento, dalla gioia fanciullesca e virginale all’angoscia senile. Essendo però una commedia, il gusto dolce prevale sull’amaro e il lieto fine arriverà come da copione. Prima però si deve dipanare l’intricato gioco che vede contrapposti Beatrice, una giovane che disprezza gli uomini (“come fa una donna a farsi comandare da una cocciuta zolla di fango?!”, si domanda), e Benedetto, che da parte sua non ha alcuna stima per quelli che si arrendono alle frecce di Cupido.

Inizia una vera e propria guerra di parole e il palcoscenico diventa teatro dello scontro tra realtà e finzione (e proprio su questo nodo, indissolubile, ruota la scelta registica di Lavia che alla prima si aggirava in fondo alla sala). La bellezza viene ardentemente cercata, momentaneamente raggiunta, subito perduta (“la bellezza è una strega cattiva”, sentenzia il povero Claudio precipitato per inganno nel girone dei cornuti) e di nuovo desiderata.
Vanno segnalate, a parere di chi scrive, le prove di Pietro Biondi nei panni di Leonato, di Giorgia Salari in quelli di Beatrice, ma soprattutto di Lorenzo Lavia nella parte di un divertente e querulo Benedetto.
Saul Stucchi
Molto rumore per nulla
Teatro Carcano
Teatro Carcano
Corso di Porta Romana 63
Milano
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