Un lungo e caloroso applauso del pubblico ha saluto la comparsa del volto di Giulio Bosetti, raffigurato su alcune maxi-foto. Il primo febbraio il Teatro Carcano di Milano, il suo teatro, ha voluto così dare avvio al ricordo dell’attore-regista, scomparso alla fine dell’anno scorso poco prima ci compiere 79 anni. Ma più di una commemorazione, la serata voleva essere – ed è stata – un simposio d’amore e un omaggio a un galantuomo.
In una breve intervista video del 2003 si è visto Bosetti rievocare i suoi primi passi, a cominciare dal Teatro Duse di Bergamo, costruito dal nonno. Era nato proprio in quell’edificio e la frequentazione fin da bambino con attori e attrici (di cui Bosetti ormai settantenne ricordava ancora il profumo) ne segnò il destino. Sul palcoscenico del Carcano l’altra sera c’erano otto poltrone vuote che avrebbero ospitato via via, durante la serata, un amico, un collega, uno studioso di teatro, tutti venuti a rendere omaggio all’attore gentiluomo.

Nella video intervista già citata e nei discorsi degli ospiti sono tornate più volte le definizioni di teatro come parola e come terapia: Bosetti ammetteva di aver paura dei topi, ma quando se li trovò sul palco mentre recitava Re Lear, l’immedesimazione nel personaggio, la concentrazione e il profondo senso del dovere gli fecero dimenticare la fobia.
Ancora nel 2003, alla domanda su cosa avrebbe voluto fare da grande, rispondeva: l’attore! E ha avuto la fortuna di realizzare il suo sogno, così come hanno avuto fortuna gli spettatori che nell’arco di quasi sessant’anni hanno assistito ai suoi spettacoli. Che fosse bravo, lo si capì fin dall’esordio, tanto che alla fine della prima stagione ricevette quattordici offerte di lavoro.
Il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, invitato sul palco ha commesso una piccola gaffe, lasciandosi sfuggire l’annuncio dell’incarico della direzione del Carcano a Marina Bonfigli; mentre di Finazzer Flory, assessore alla Cultura del Comune di Milano, assente, è stato letto un messaggio di ricordo. Gianfranco De Bosio ha riportato l’orologio indietro al 1950, quando il teatro dell’Università di Padova portava in scena La Moscheta di Ruzante, in originale, e Bosetti interpretava il soldato Tonìn Bergamasco. Per prepararsi a quello spettacolo, De Bosio e Bosetti perlustrarono le valli più lontane da Bergamo alla ricerca di quel linguaggio “celtico” così vicino al dialetto del Ruzante.

Si è parlato dell’eleganza di Bosetti; delle sue scelte teatrali nel solco e nel rispetto della tradizione, eppure aperte al futuro; della sua attenzione verso i giovani. Da una parte l’amore per il classico, dall’altra – insieme – la voglia di amare ciò che è nuovo, fresco e vitale. In un altro video, in compagnia della Bonfigli, esprimeva la sua felicità per aver salvato il Carcano, riuscendo così a evitargli la triste sorte del Duse in cui era nato. Da parte sua Mariano Regillo ha ricordato il suo coraggio nel mettere in cartellone il Tito Andronico di Shakespeare e Romolo il Grande di Dürrenmatt, due spettacoli non propriamente di facile richiamo. Enzo Vetrano e Stefano Randisi hanno parlato della comune passione per Pirandello, mentre Carmelo Alberti ne ha rievocato quella per Goldoni. Sul palco sono poi saliti i soci del Carcano, prima di lasciare spazio a un’intensa lettura recitata del Canto del cigno di Cechov (emozionante e giustamente premiata con calorosi applausi la prova di Antonio Salines).
Addio e grazie, attore gentiluomo!
Saul Stucchi