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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Zio Vanja è come la vita: un mix di tragedia, commedia e farsa

17 Marzo 2010

Zio Vanja è come la vita: un mix di tragedia, commedia e farsa

ziovanja_ante Ieri sera al Teatro Litta di Milano ho assistito al debutto nazionale dello spettacolo Zio Vanja, il classico di Čechov, messo in scena da Giovanni Scacchetti e accolto da un buon riscontro del pubblico in sala. Difficile, anzi inutile, cercare di incasellare la pièce secondo i canoni classici di tragedia, commedia e farsa. Lo stesso Čechov sottotitolò l’opera con l’annotazione neutra “scene di vita di campagna”, interessato maggiormente allo studio (e poi alla resa scenica) della vita realmente vissuta. E Zio Vanja, proprio come la vita vera di ciascuno di noi, è un miscuglio di tragedia, commedia e farsa. Dietro il telo che fa da sfondo al nuovo allestimento di Scacchetti (diciamo subito che il testo si basa sulla nuova traduzione di Fausto Malcovati, storico traduttore dei classici russi, che ne ha curato anche la riduzione) s’intravede la sagoma di quello che sembra un albero stilizzato con un ramo spoglio o anche le lancette di un orologio.
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Ho pensato a una voluta ambiguità tra questi due “segni” perché di boschi e di tempo si parla spesso in tutta la vicenda teatrale. Il tempo che passa senza apportare i cambiamenti attesi dai protagonisti (un amore finalmente ricambiato o solo un’attenzione, un avanzamento di carriera, qualcosa che spezzi per un attimo la noia mortale della routine) è più volte citato per esempio da Ivan Petrovic, lo zio Vanja: “sono vent’anni che vende aria fritta!” si lamenta del vecchio professore universitario ormai in pensione, nella cui dimora di campagna si svolge la storia. “Per vent’anni ha occupato il posto di un altro!” e quell’altro, va da sé, sarebbe potuto – dovuto – essere lui stesso. Vanja invece ha sprecato i suoi anni migliori all’ombra di quell’uomo che solo troppo tardi ha scoperto essere un signor nessuno. È su tutte le furie e a chi gli fa notare il bel tempo, risponde sarcastico che “con un tempo simile sarebbe bello impiccarsi!”. Nella tenuta di campagna i protagonisti si scontrano più che incontrarsi, ciascuno alla ricerca negli altri dell’impossibile cura alla propria malattia che gli nega la serenità. Aspirano a raggiungere, per vie diverse, alla loro vera vocazione, ma come sentenzia il dottor Astrov, soltanto Dio la conosce. Per quanto lo riguarda, lui conosce la vodka, la natura e la sofferenza di non poter alleviare quella altrui. È rimasto particolarmente scosso dalla morte di un paziente proprio sotto i suoi occhi, senza che potesse fare nulla. Tenta di uscire dal gorgo che lo sospinge verso l’abisso di degrado e volgarità facendo la corte alla giovane moglie del professore, ma lei lo respinge. Il suo ecologismo ante litteram, la denuncia dell’immotivato e controproducente sterminio dei boschi, l’appello a salvare la terra sempre più povera e spoglia, non trovano orecchie attente. “In tutti noi c’è il demone della distruzione” gli fa notare Elena Andreievna, che riesce a miscelare, chissà quanto consapevolmente, filosofia e civetteria. E poi c’è la piccola Sonia (interpretata da una convincente Corinne Castelli), tanto buona e gentile quanto “brutta”. È innamorata persa del dottore, ma lui non la vede. L’incomprensione regna sovrana e la bella Elena sembra aver sedotto tutti, facendo loro dimenticare doveri e lavori. La notte non porta ristoro né consiglio, anzi rischia di sfociare in un epilogo tragico. Ma appunto l’occhio clinico di  Čechov era interessato più alla vita che non alla tragedia.

PS: stamattina, casualmente – ma il caso, si sa, non esiste – mi è capitato tra le mani un libro di Cristina Campo intitolato Gli imperdonabili, edito da Adelphi. È una raccolta di saggi di cui fa parte anche Un medico. Ne consiglio la lettura agli appassionati di Čechov e a coloro che vorranno assistere allo spettacolo. Qui mi limito a citare un periodo che mi pare contenga osservazioni particolarmente valide: “l’incomparabile simpatia di Čechov, ciò che ne rende così amabile e consolatrice l’apparizione è veramente la simpatia del medico: di colui che porta in sé senza troppe parole […] il confluire di innumerevoli patimenti. Egli entra ed esce da quelle case e sa che ben poco può fare per quella gente, e ben poco crede alla sua stessa arte; ma siede al capezzale di ognuno e vi rimane. Egli porta con sé il solo farmaco vero: lo sguardo inconfondibile di chi è pronto a vegliare con noi”.

Una segnalazione importante: venerdì 19 marzo alle ore 18.30, presso il Boccascenacafè del Teatro Litta, Fausto Malcovati terrà un incontro dal titolo La rivolta di zio Vanja, sul nuovo allestimento dell’opera.

Zio Vanja
di Anton Cechov

Dal 16 marzo all’1 aprile e dal 6 all’11 aprile 2010
Debutto nazionale

Nuova traduzione e riduzione di Fausto Malcovati
Regia: Giovanni Scacchetti
Con: Paola Bacchetti, Gaetano Callegaro, Corinne Castelli, Elisabetta Ferrari, Andrea Pierdicca, Andrea Trapani
Scene e costumi: Bruno Buonincontri
Disegno luci: Fulvio Melli
Musiche originali: Enrico De Lotto
Staff tecnico: Alessandro Barbieri, Ahmad Shalabi
Fotografie di scena: Federico Cambria
Direzione di produzione: Antonella Ferrari, Chiara Geviti

Teatro Litta
Corso Magenta 24
Milano

Repliche: dal martedì al sabato alle 20.30
Domenica alle 16.30
Lunedì riposo

Biglietto: martedì/mercoledì/giovedì intero 12 €; ridotto 9 €
Venerdì/sabato/domenica intero 18 €; ridotti 9/12 €

Info e prenotazioni:
Tel. 02.86454545

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