Corrado D’Elia si è confezionato un Caligola su misura, realizzando quasi un one-man-show, tanta è la distanza – a mio modesto parere – che separa la sua interpretazione dai pur bravi colleghi della compagnia (un po’ fredda e didascalica mi è invece parsa Laura Ferrari nel ruolo di Cesonia). Potete ammirarlo fino al 15 dicembre al Teatro Franco Parenti di Milano; ammirarlo e poi applaudirlo con convinzione come ha fatto il pubblico alla recita di ieri sera. La colonna sonora è particolarmente ricca e costituisce un elemento chiave nell’architettura dello spettacolo, con brani perfettamente abbinati al contesto (tra parentesi: è sempre un’emozione ascoltare le struggenti note di Ludovico Einaudi a teatro!). Funziona alla meraviglia anche il gioco delle comparse a sorpresa negli specchi dei riquadri che formano la semplice scenografia, al centro della quale campeggia una vasca riempita di palle di plastica rossa, a simboleggiare le gocce di sangue che così generosamente l’imperatore folle sparge per l’Urbe e l’orbe. Ma c’è del metodo nella sua follia, fin troppo lucida, e i nobili che ne lamentano l’improvvisa scomparsa sanno perfettamente che non è saggio fidarsi. Eppure si abbandonano per un momento a fantasticare sul “dopo”, su come riempire politicamente il vuoto lasciato da Caligola, anche se sono costretti a riconoscere che non sono gli imperatori a mancare, bensì gli uomini. Il vuoto che sostiene il tiranno è invece un’insanabile malattia dell’anima talmente potente che gli ferisce anche il corpo, ne indebolisce le gambe e gli lascia un disgustoso sapore sulle labbra. E questo morbo da cui non riesce a guarire, nemmeno con le pazienti cure di Cesonia, gli consente un’analisi spietata del potere che “quanto è più smisurato, tanto è più ridicolo”, perché inutile.

Pur essendo l’unico uomo libero dell’impero, sovrano su tutti gli altri, schiavi e pavidi, non sa che farsene di questo privilegio. La morte di Drusilla ha reso vana la sua libertà assoluta perché l’ha privato del mondo intero e gli ha fatto scoprire la verità più amara di tutte: vivere è il contrario di amare. Tutto non è che un grande spettacolo e sul palcoscenico della vita ciascuno recita la propria parte; così D’Elia recita Caligola che recita la parte di Caligola. A loro volta gli impauriti aristocratici finiscono per interpretare il ruolo di congiurati, convincendosi che il tiranno deve morire; ma se è vero che Caligola non è Giulio Cesare, neppure loro sono al livello di Bruto e Cassio (e mi sia consentito concludere il paragone affermando che Camus non è Shakespeare, nei confronti del quale peraltro lo scrittore francese è debitore).
Quando declamano che la famiglia vacilla, non c’è più onore e la proprietà privata è in pericolo, i nobili sembrano macchiette talmente bugiarde da apparire ingenue. Sono questi i valori in difesa dei quali si uniscono nel progetto dell’attentato mortale, ma la volontà di ciascuno è debole quanto l’insincerità delle motivazioni. Sotto questo aspetto Caligola è migliore di loro perché il vuoto che lo corrode dall’interno è una forza viva e sincera. Loro sono il partito dell’onore (oddio, e se avessero detto “dell’amore”?) e della famiglia, ma devono ammettere che il popolo si leverebbe contro di loro se tentassero di abbattere il mostro.
Come Shakespeare (e Tacito prima di lui) Camus svela e analizza lucidamente il diabolico legame che stringe il tiranno al popolo, mentre l’intermezzo pubblicitario in cui Chelea reclamizza il potere della poesia, concretizza la celebre analisi marxiana della storia che si ripete scadendo da tragedia a farsa.
Saul Stucchi
CALIGOLA
da Albert Camus
traduzione di Franco Cuomo
Interpretazione e regia di Corrado d’Elia
con gli attori della Compagnia Teatri Possibili
Dal 7 al 15 dicembre 2010
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo 14
Milano
Orari spettacolo: martedì, giovedì e venerdì 21.15; mercoledì e sabato 19.30; domenica 16.00
Biglietto: intero 32 €; ridotto 16 €
Info e prenotazioni: tel. 02.59995206
www.teatrofrancoparenti.com