
“I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume”, ha scritto Flaiano. Pessimista: se si è un po’ fortunati, sono un poco di più. E si è molto fortunati, si può annoverare nel loro conto la serata del 28 luglio 2012, quando Ludovico Einaudi e Paolo Fresu hanno ammaliato coi rispettivi strumenti il folto pubblico del Verucchio Music Festival. Da giorni l’appuntamento clou della manifestazione romagnola era sold out e alla fine sono stati venduti circa 1.300 biglietti: dunque oltre un migliaio di persone conserveranno per sempre nella memoria questo concerto magico. Io in particolare ricorderò anche l’emozione provata nell’ascoltare la canzone di Morrissey Everyday is like sunday, riprodotta dagli altoparlanti pochi minuti prima dell’esibizione (la canzone che ho preferito durante la recente esibizione milanese dell’ex leader degli Smiths).

Il concerto nella piazza della Collegiata si è aperto con l’abbaiare di un cane ad accompagnare le prime note di Einaudi, ma il latrato si è subito spento per lasciar posto al frinire delle cicale che si diffondeva a ondate tra le file della platea, insieme all’olezzo delle creme solari e dei trattamenti antizanzare, mentre il vento che scivolava sui colli del Montefeltro scompigliava i fogli dello spartito del maestro (da otto edizioni direttore artistico del festival) e le foglie danzavano al ritmo della scenografia del light designer portoghese Miguel Ramos. La tromba di Fresu proiettava la sua ombra sulla facciata della Collegiata e intanto dialogava con il piano di Einaudi.

Rapito dalla musica, mi veniva da pensare al contrasto di superfici nella Pietà Rondanini di Michelangelo e mi domandavo quanto fosse sbagliato definire “liscio” il suono del piano di Einaudi e “ruvido” quello della tromba di Fresu.

I due solisti sul palco, distanti ma presenti l’uno all’altro, suonavano la loro serenata a Verucchio, non in competizione, ma in perfetto accordo, come alpinisti impegnati nella stessa, arditissima, scalata.
A un certo punto il dialogo è diventato a distanza, quando Fresu è sceso furtivo dal palco e in silenzio è andato a nascondersi nelle retrovie della platea. Poi piano piano è riemerso dal buio il canto della sua tromba (concedetemi la sinestesia) e Paolo ha attraversato a piedi nudi la platea stregata dall’emozione, per condividere con Ludovico il caloroso applauso del pubblico, esploso al termine del brano più intenso del concerto.
Alla fine del concerto i due si sono indicati a vicenda, per ringraziarsi l’un l’altro e quasi a voler riconoscere al compagno l’onore più alto. Ma non ci sono dubbi: l’oro per la musica di qualità, nella serata magica di Verucchio, è stato assegnato ex aequo.

Poco più tardi Einaudi e Fresu hanno risposto alle domande (e alle curiosità) di alcuni giornalisti riuniti nel salone della Mole Malatestiana. Einaudi ha motivato la scelta di inserire nel programma di questa edizione del festival uno spettacolo teatrale come quello di Marco Paolini (Uomini e cani) con il suo interesse per la presentazione di linguaggi paralleli alla musica. I criteri delle sue scelte sono sempre stati la qualità e la corrispondenza al suo gusto e alla sua visione del festival. L’anno prossimo il teatro potrebbe tornare, come anche potrebbe essere sostituito da qualcosa di nuovo. Al momento è troppo presto per parlarne.

Fresu ha ricordato la prima volta, a Roma, in cui hanno suonato insieme (sei anni fa), seguita da altre occasioni estemporanee, ma sempre piacevoli: “toh, anche questa volta ha funzionato”, si sono sempre detti alla fine di ogni concerto. Quest’anno si sono organizzati per tempo per programmare una piccola tournée che toccasse luoghi particolarmente significativi per la musica che suonano. Ma ogni concerto è diverso, perché il pubblico è sempre diverso e il silenzio è diverso da luogo a luogo. “C’è un grande lavoro di ascolto” ha detto Fresu; “ogni sera cambia il concerto perché cambiano i suggerimenti che arrivano dal suono e ci portano in una direzione musicale diversa”.
Saul Stucchi