La diciottesima sura del Corano racconta la vicenda di alcuni giovani che trovarono rifugio in una grotta per sfuggire alle persecuzioni di un crudele tiranno. Addormentatisi, si risvegliarono miracolosamente dopo un sonno lungo tre secoli, stentando a riconoscere il mondo che li accoglieva. La sensazione di spaesamento è la stessa che prova all’uscita dal coma Marilù. Dodici anni di oblio, trascorsi nel letto di un’ospedale senza avere coscienza di quanto le accadeva intorno sono stati un filtro che non ha lasciato passare nulla. È dunque comprensibile lo straniamento che vive al veloce resoconto di cosa si è persa: l’euro, il Grande Fratello, i governi Berlusconi, la moda smutandata (e per un istante si prova invidia per la resistenza dimostrata dai giovani di cui sopra).
Insieme a Roberto, Marilù è la protagonista di Volevo essere Moccia, l’ultimo romanzo di Alberto Bracci Testasecca, edito da La Lepre. Nel suo “prima”, quella che ora è una trentottenne con la testa ferma a ventisei anni, era una tossica perennemente alla ricerca della dose quotidiana fino al tragico incidente che l’ha portata in coma. Lui invece è un introverso lupo solitario che ha trascorso tutti quegli anni attaccato al computer, cittadino (o meglio “cavaliere”) di un mondo virtuale, governato da leggi di nobiltà che non ritrova in quello reale. Lui stesso però comincia a nutrire il dubbio di aver “sprecato” più che “trascorso” quel tempo e la precoce primavera romana arriva in sincrono con il risveglio della moglie. Sì: Marilù e Roberto sono sposati, anche se la loro unione è stata sancita con rito civile quando lei era già in coma (questo particolare è il meno romanzesco del romanzo, possiamo notare en passant: nell’Italia del terzo millennio che ancora non riconosce appieno i diritti delle coppie di fatto una cosa simile infatti è già capitata). Alla storia del loro progressivo riavvicinamento si intreccia quella dello scrittore Luciano Košak, autore in cerca d’identità non meno che d’ispirazione, e di sua moglie Laura.
A fare da quinto incomodo tra le due coppie c’è niente di meno che Federico Moccia, o almeno la sua figura insieme inarrivabile e incombente. È grazie a un suo romanzo che Marilù riprende contatto con la vita “reale” e con i sentimenti. E al lettore sorge il dubbio se l’intreccio delle vicende dei personaggi sia funzionale alla critica letteraria contro Moccia (e il fenomeno dei bestselleristi che vendono l’anima d’artista per ottenere successo e denaro) o se al contrario l’idolo di migliaia di ragazzine (e non solo) serva da collante per il plot narrativo.
Da parte sua Luciano le pensa tutte per uscire dalle sabbie mobili da cui si sente inghiottire: moglie, figli, amici e colleghi affermati. Si mette a studiare l’opera del “nemico” e arriva a credere di averne individuato i trucchi utilizzati per sfornare un successo dietro l’altro. Ma dovrà ricredersi: “non ne poteva più e lo odiava. Incapace di scrivere quello che avrebbe voluto, si scornava su quello che non avrebbe dovuto neanche cominciare, e che infatti gli veniva male. Come se poi per avere successo bastasse scrivere! Chissà quanti Moccia c’erano in giro per il mondo”. Appunto.
Bracci Testasecca – francesista che “ha svolto i più svariati mestieri in giro per il mondo prima di dedicarsi unicamente alla scrittura” (come dice la loquace nota biografica nel risvolto della quarta di copertina) – confeziona un romanzo godibile, dal ritmo scorrevole, anche se in alcuni passaggi il tono pare forse eccessivamente calcato, col risultato di tracimare dall’alveo dell’ironia per approdare al terreno della caricatura, senza peraltro giovare all’atmosfera. È il caso per esempio del dialogo tra lo scrittore e la giornalista che gli conferisce il premio Strega o della scena del mancato amplesso tra Roberto e la disinibita Loredana, commessa in una farmacia con “due zinne che gridavano alleluja”. Nel complesso, però, il libro convince, soprattutto nell’abile descrizione psicologica delle dinamiche di coppia e delle frustrazioni (provate in prima persona?) dello scrittore a corto d’idee. Del resto “lo scrittore è un uomo che più di chiunque altro ha difficoltà a scrivere”, diceva Thomas Mann. Mica Moccia.
Saul Stucchi
Alberto Bracci Testasecca
Volevo essere Moccia
La Lepre Edizioni
2010, 120 pp., 16.00 €
www.lalepreedizioni.com