Come nei più riusciti film d’animazione, anche in Piovono polpette il classico intreccio che porta l’eroe dalla frustrazione al successo si presta a diversi livelli di lettura, così da poter soddisfare le legittime aspettative di grandi e piccoli. Le pellicole di questo genere possono essere considerate variazioni sul tema e più ampio è il loro spettro, maggiore deve essere la considerazione da tributare al gruppo di lavoro (sempre molto folto, pare) che c’è dietro il progetto.
Per un attimo, dunque, sorprende vedere che il protagonista Flint, piccolo inventore che non ne combina una giusta, ha accanto a sé entrambi i genitori. La duplice presenza, infatti, infrange la regola non scritta che vuole l’eroe orfano di almeno un genitore, per riempire l’assenza affettiva del quale cerca in ogni modo di emergere e ottenere il consenso dell’intera comunità. Ma bastano pochi minuti e un veloce salto temporale toglie di scena la madre, prematuramente scomparsa. Ora Flint è solo con il padre e deve compiere l’intero percorso di confronto – scontro – re-incontro per entrare nell’età adulta.
Rispettando il canone classico, sarà l’amore per la bella (anche con occhialoni da secchiona ed elastico per la treccia) stagista metereologa a spingerlo ad assumersi le responsabilità di salvare la città e l’intero pianeta. A questo tema scontatissimo s’intreccia quello meno frequentato del rapporto della civiltà post-industriale (che parolona per un film d’animazione!) con il cibo: piuttosto facile da produrre, economico da comprare, ma anche insidioso e pericoloso. Senza voler affrontare il dramma della fame, Piovono polpette si accosta al problema dell’abuso sconsiderato di cibi e calorie.

Flint è riuscito infatti a produrre la sua prima invenzione funzionale e dal cielo cominciano a piovere non solo le polpette del titolo, ma ogni sorta di leccornia e manicaretto: dalla pizza, al gelato fino a un tornado di spaghetti. E a chi scrive tornavano in mente i saggi di Piero Camporesi, acuto indagatore degli universi della fame e di quelli (quasi sempre solo fantasticati) dell’abbondanza alimentare.
Mentre in sala i bambini ridevano per le comiche disavventure del protagonista, i meno giovani sorridevano nel riconoscere alcune citazioni espressamente indirizzate a loro. Possiamo citare per esempio i brevi accenni alla canzone Fight the power dei Public Enemy (non proprio I Puffi di Cristina D’Avena) e la presenza di fossili tecnologici come il joy-stick e il celebre gioco Simon (quello a forma di disco con quattro enormi pulsanti colorati).

Al momento giusto il cameraman guatemalteco si rivelerà un medico e un esperto pilota di navicelle, nonché dotato di un insospettato sense of humour, mentre il digital divide intergenerazionale rischierà di portare alla catastrofe il globo (pericoloso, dunque, quanto lo scorretto utilizzo delle risorse: dovrebbero prenderne nota quelli che si occupano di educazione e formazione, non solo in ambito scolastico), ma lo spirito di sacrificio, il lavoro di squadra e la caparbietà di chi sa di fare la cosa giusta salveranno anche questa volta – almeno sullo schermo – il nostro pianeta.
Saul Stucchi