Ieri pomeriggio la Fondazione Benetton Studi e Ricerche, nell’auditorium di Palazzo Bomben a Treviso, ha ospitato un’interessante conferenza del professor Juan Antonio Jiménez Sánchez del Grup de Recerques en Antiguatat Tardana dell’Università di Barcellona in occasione della presentazione del suo libro Los juegos paganos en la Roma cristiana, edito dalla stessa Fondazione insieme a Viella.
Gherardo Ortalli dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha introdotto l’ultimo numero (doppio) della rivista Ludica, di cui è direttore, ricordando l’importanza di recuperare la serietà del gioco e sottolineando il successo della scommessa lanciata un quarto di secolo fa dalla Fondazione: Ludica continua ad uscire perché soddisfa un bisogno culturale ben preciso. Il termine stesso di “ludicità” è ormai diventato patrimonio comune alle più diffuse lingue europee, a conferma che il concetto è ben presente e definitivamente acquisito.
Parlando in un italiano forbito e molto chiaro, Jiménez Sánchez ha fatto una panoramica dell’argomento trattato nel suo saggio, citando fonti letterarie e mostrando della documentazione archeologica, come mosaici ed epigrafi.
Nel mondo romano i ludi erano i principali mezzi della politica di distrazione popolare portata avanti dagli imperatori che controllavano la società a colpi di panem et circenses, per ricordare le citatissime parole di Marziale.
L’imperatore veniva celebrato come il “vincitore perpetuo”, e i ludi erano l’occasione per rendere evidenti a tutti il suo potere e la sua generosità, mentre il calendario andava progressivamente infittendosi di giorni dedicati ai giochi, fino a raggiungere l’incredibile cifra di 177 giorni a metà del III secolo d.C.: in pratica un giorno su due era destinato ai giochi!
La Chiesa criticava i ludi, ma non arrivò mai a pronunciare ufficialmente una condanna aperta e definitiva, per non scontrarsi apertamente con il potere imperiale.
A sua volta quest’ultimo aveva bisogno della Chiesa per mantenere il controllo sulla società: così i giochi furono celebrati ancora per decenni, trovando nella realtà pratica quel compromesso che a livello filosofico-teologico invece non venne mai raggiunto.
A ben vedere, però, le aspre invettive scagliate dai Padri come Tertulliano ricalcavano quelle lanciate secoli prima dai moralisti come Seneca. Non era la crudeltà contro gli uomini o le bestie a muovere a sdegno filosofi ed ecclesiastici, quanto piuttosto il carattere popolare dei giochi.
Ma proprio per questo gli imperatori non potevano farne a meno. I ludi morirono di una morte lenta, dovuta soprattutto alla mancanza di risorse. La scarsa disponibilità economica li rendeva sempre meno spettacolari e dunque meno interessanti per la plebe che finì per non avvertirne la mancanza quando non vennero più organizzati.
Fu un processo di lento logorio e invecchiamento naturale che si completò nel VI secolo.
Saul Stucchi
Fondazione Benetton Studi e Ricerche
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