La domanda su cui verte questo bel libro, Il sorriso di Pol Pot, è: come poté una delegazione di intellettuali svedesi recarsi in Cambogia negli anni terrificanti dello sterminio ordito dai khmer rossi e non accorgersi di nulla? E anzi tornare in Europa e decantarne le virtù molto immaginifiche? E come poterono farlo anche tanti altri intellettuali europei dell’epoca: incapaci di vedere? Disonesti? Lo stupore segna questo scritto lucido e appassionato. Lontano da qualsiasi facile velleità polemica e ricco di una cronaca dettagliata e minuziosa dei fatti. Lo stupore è innanzitutto quello che chiunque potrebbe provare visitando un paese come la Cambogia. Mi permetto di rimandare a un mio reportage di qualche anno fa ora riapparso sulla rivista di letteratura internazionale “Crocevia”, n.13/14 (Besa editrice). La sintesi impareggiabile di orrore e bellezza sta scritta sui volti bellissimi dei bambini, intanto. Non v’è una famiglia cambogiana che non sia stata toccata in un modo o nell’altro dalla tragedia: gli sguardi che incontri per strada non fanno che ricordartelo.
E ovviamente la bellezza dei templi di Angkor, immersa nella giungla, è difficilmente paragonabile. Ce n’è abbastanza. Vero che sottolineare come fa l’autore che l’edificazione di quelle meraviglie costò la vita a migliaia di persone è un po’ ingenuo: è accaduto dappertutto, anche per costruire certi bei giardini italiani del Rinascimento, come quello a pochi passi da casa mia. Torniamo a Il sorriso di Pol Pot (traduzione dallo svedese di Laura Cangemi). Il primo motivo che produsse l’inganno riguardava proprio il capo. Pol Pot da giovane giocava a pallone e leggeva Verlaine. Visse per un po’ di tempo in Francia. Cercò di non dare nell’occhio. “Non propugnava il culto della personalità come altri dittatori, non faceva discorsi alle folle, non pubblicò opere teoriche. Molta della gente che lo incontrò, lo trovava simpatico e convincente. E molti raccontavano del suo affascinante sorriso. Dietro quel sorriso c’era il più incapace e brutale regime del Ventesimo secolo.” Sono parole dell’autore.
Inoltre, gli svedesi erano molto ben predisposti verso chiunque combattesse l’imperialismo americano, specie dopo la catastrofe del Vietnam. Gli occhiali che montavano erano pregiudizialmente favorevoli a qualsiasi ipotesi politica contemplasse l’idea di un’alterità a quel mondo. Persino lo scrittore Per Olov Enquist ricordava sulle coeve pagine dei giornali che il sud-est asiatico gli americani lo avevano violentato distruggendo la vita di milioni di persone. Parliamo, solo per la Cambogia, di settantamila bombardamenti. Ricorda Idling, 2.756.941 tonnellate di bombe, ben più del totale dell’intera seconda guerra mondiale, comprese le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Che ci fossero pregiudizi favorevoli, può stupire fino a un certo punto. L’elemento della malafede però non manca. Era convinzione non rara negli ambienti comunisti occidentali che evidenziare le falle, gli errori e persino gli orrori di un “esperimento” comunista nocesse all’intera causa della falce e martello. Anche quando restava solo la falce, essendo quella khmer una versione particolarmente delirante di comunismo rurale venato di elementi nazistoidi (l’uomo è proprio capace di tutto!) quali la purezza e la superiorità khmer.
Fatto sta, alla delegazione svedese furono mostrate folle di uomini e donne disciplinate, che si sottomettevano volentieri a qualsiasi sacrificio per ridare dignità e forza alla loro terra. Mondo muto al proprio interno, c’è da aggiungere, se non per distruggere. Sabotaggi, sospetti, umiliazioni, delazioni, torture, rappresaglie: un popolo che infligge a se stesso, ai propri stessi parenti, quello che i nazisti potevano imporre agli ebrei. Con un di più inevitabile schizofrenia.
Per ciò che riguarda le dimensioni e le modalità dei massacri, qualcuno ha avanzato il dubbio che sfuggissero allo stesso Pol Pot. Ancora anni dopo la tragedia, lo scrittore Jan Myrdal, partecipante alla delegazione, ha detto a Idling: “Che in Cambogia si sia verificato un genocidio, è un fatto assodato. Si è trattato di un genocidio consapevole, ed è stato portato a termine dagli Stati Uniti. È provato. Dopo la liberazione della Kampuchea, molti sono morti di malattie e fame. Anche di questo sono in gran parte responsabili gli Stati Uniti, considerando che quella di affamare il popolo era un’arma scelta consapevolmente”. Gli occhiali a un certo punto non sono più buoni e bisognerebbe cambiarli.
Michele Lupo
Peter Fröberg Idling
Il sorriso di Pol Pot
Iperborea
2010, pp. 335
€ 17,00