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Voi siete qui: Biblioteca » Da Meltemi “Brutalità delle piattaforme” di Geert Lovink

27 Settembre 2026

Da Meltemi “Brutalità delle piattaforme” di Geert Lovink

A leggerlo, Geert Lovink, sembra sempre più pessimista sulle possibilità di agire dentro l’internet delle piattaforme per proiettarlo in una direzione meno tirannica di quella presente. L’attivista e studioso olandese non nasconde serie preoccupazioni per la strozzatura drammatica che ci incapsula nelle gabbie Big Tech. Molto tempo prima Lovink sembrava convinto che internet fosse “un pharmakon: tossico e curativo”. Ora è palmare come sia diventato lo stesso ambiente – tossico – in cui viviamo.

Brutalità delle piattaforme (tradotto per Meltemi da Giulia Ferri) mette in evidenza una realtà che ben conosciamo: nulla pare sfuggire al dominio delle piattaforme e di conseguenza nulla nelle nostre vite sembra potersene affrancare.

La sintomatologia psichica pare talmente diffusa da farci temere di essere finiti nella condizione dell’esausto di cui ci avvertiva Deleuze: il rischio è che non si sia più semplicemente stanchi, ossia si sia perso quell’orizzonte della possibilità che consegue al riposo dopo la fase critica. L’esaurimento di ogni possibilità si traduce nella convinzione che la brutalità delle piattaforme uccide; ansia, rabbia e tristezza sono il risultato del sovraccarico, del rumore di fondo, della saturazione dovuta ai flussi cognitivi (di dubbia qualità e devastante forza narcotizzante).

Ben oltre insomma l’allucinazione del fake, evidente è la dipendenza dei più dal dominio strutturale ancorché ineffabile dei social media che fatalisticamente ci opprime e contribuisce all’asfissia di questi tempi. Lovink parla esplicitamente di danno mentale che colpisce in particolare i più giovani. “L’intorpidimento e l’indifferenza sono troppo potenti”, la tossicità psichica a livelli più che allarmanti – l’isolamento ne è un esempio eclatante. Il punto, è noto, è che tutto ciò serve ai potenti del momento.

A “un meme vivente” come Trump la “sovranità del codice” va benissimo: “Chi è in grado di scrivere il codice e scalare all’interno dell’infrastruttura generale ha il potere di definire, e di sequestrare, la forma del sociale”, scrive Lovink.

Il brain rot appiattisce ogni contenuto piallandolo su una base elementare, di suo già scheggiata da molte crepe, che rende improbabile per molti la capacità di fabbricare un pensiero poco più articolato. Qualcosa di terribilmente più pervasivo, capillare, condizionante di quanto non venisse considerato il frame televisivo nel secondo ‘900.

Una condizione ottimale per consolidare il tecnofeudalesimo odierno, da una parte, un attacco feroce all’autodeterminazione degli individui (i più deboli? i meno strutturati? sicuro?) che si accontentano di essere belli o interessanti su Instagram facendo una vita di merda, dall’altra.

Come uscire da questa stagnazione? Quale l’alternativa? Sostenere una governance digitale europea? Abbandonare tutto e ritirarsi come vuole Franco Berardi? Distendersi nel copium, nell’oppiacea, intorpidente versione della religione chez Marx? L’imperativo di Lovink è sottrarsi a questa apatia anestetizzante disertando le piattaforme e recuperando la dimensione sociale.

Dall’interno, Internet appare difficilmente modificabile, esso stesso è parte del problema, la politica tace, “i geek, un tempo pionieri, oggi sono servitori delle Big Tech”. La cancellazione è uno degli strumenti della sua violenza, multiforme: quella di un profilo disturbante, di account di professionisti non sufficientemente allineati e quella operata da folli megalomani come Musk che nel breve periodo di collaborazione con la seconda amministrazione Trump ha pensato di tagliare migliaia di posti di lavoro.

Occorre diventare consapevoli della rete che ci intrappola, comprendere il funzionamento degli algoritmi e i meccanismi che presiedono alla raccolta dei dati, immaginare infrastrutture alternative, creare reti locali, costruire comunità online: ripensare dunque forme di organizzazione collettiva perché la soluzione non può essere individuale (sebbene l’interruzione dei singoli al flusso sia importante), ricordare agli artisti l’importanza di destrutturare il linguaggio, “inventare parole nuove”, riappropriarci di sogni non indotti dalla rete (una parola).

Prospettive condivisibili di cui al momento non si vedono molte tracce.

Michele Lupo

Geert Lovink
Brutalità delle piattaforme
Spegnere la tossicità di internet

Traduzione di Giulia Ferri
Introduzione di Nello Barile
Meltemi
2026, 322 pagine
22 €

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