• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Passa alla barra laterale primaria
  • Passa al piè di pagina
  • Luoghi
    • Italia
    • Europa
    • Mondo
    • A letto con ALIBI
  • Mostre
    • Arte
    • Fotografia
    • Storia
  • Spettacoli
    • Teatro & Cinema
    • Musica & Danza
  • Biblioteca
  • Interviste
  • Egitti

Alibi Online

Voi siete qui: Biblioteca » Da SE le “Lettere alla madre” di Charles Baudelaire

21 Settembre 2026

Da SE le “Lettere alla madre” di Charles Baudelaire

Un ragazzino in punizione, questo era Charles Baudelaire quando il 6 febbraio 1834 scriveva alla madre una lettera dal Collège Royal di Lione per dirle che non avrebbe più accettato la negazione del permesso di uscire.

È la prima delle Lettere alla madre fra quelle selezionate nell’edizione SE curata da Cosimo Ortesta – giusto per segnare la traccia più tipica di questi testi, specie nella fase giovanile: lamento, recriminazione, bisogno di comprensione. In quegli anni, sue ribellioni erano parte di una “cattiva condotta” di un giovane già in aperta opposizione al contesto che lo circondava. Ma nulla, in fondo, rispetto a ciò che sarebbe venuto dopo.

Il padre era morto quando era un bambino, e il primo grave torto della madre Caroline era stato quello di sposarsi con un dispotico militare per poi depositare il figlio in collegio. Tuttavia, anni dopo avrebbe avrebbe fatto di peggio, sì che non stupisce la costanza del tono affranto con cui le si rivolge per tutta la vita. “Ti prego con tutto l’ardore, sii indulgente, pensa che soffro grandi dolori e che il mio animo è malato”: queste righe sono del 26 marzo 1860, non manca molto alla sua morte.

Una ferita immedicabile è incisa sulla pelle di quest’uomo, dal “talento sgradevole e impopolare” (parole sue), costretto per anni all’indigenza dall’interdizione patrimoniale del 1844, quando la madre e il patrigno, il generale Jacques Aupick, decidono di usare il Codice Napoleonico e convocano ufficialmente il Conseil de famille davanti a un giudice: il ragazzo, ventitreenne, sta dilapidando il patrimonio ereditato dal padre biologico due anni prima, sicché a loro avviso gli serve una lezione.

Peccato che la sanzione si configuri come un fine pena mai: il tribunale nomina come curatore legale il notaio di famiglia, Ancelle, nome che fra le centinaia di lettere torna di continuo – ovvio, il dispositivo che lo incastra è a vita.

Sull’aguzzino (per lo più così lo definisce), Baudelaire, mai rassegnato all’umiliazione di un piccolo assegno mensile, riversa gli insulti e le imprecazioni che non riesce a riferire alla madre, cui cerca di spiegare le ragioni del suo modo di vivere e implora di intervenire, o almeno di comprenderlo.

L’affronto di vivere sotto tutela pesa sulle spalle del dandy che alterna ironia, sarcasmo verso la bêtise del mondo borghese, con le suppliche di un figlio che si sente abbandonato, tradito dalla devozione della madre per il marito, che ascolta le richieste del figlio ma incapace di comprenderlo e sostenerlo davvero.

Lui non vuole deluderla, confida – a fasi alterne – nella possibilità di fare grandi cose, le ricorda di essere un poeta: ed è proprio questo che più di tutto sembra mancare nella voce muta della madre (le sue lettere sono andate perdute): la consapevolezza del genio che ha partorito.

Caroline è una tipica donna della borghesia francese, moglie di un rigido militare, ottima premessa per mancare il cuore (anche qui più volte messo a nudo) di una personalità, l’artista che apre un mondo, un immaginario nuovo pur con gli strumenti di un’attrezzatura classica (pensiamo al rigoroso verso alessandrino delle sue poesie), che poteva oscillare fra conservazione e modernità (quella che in un certo senso inaugura), che poteva partecipare alle barricate del ’48 (invitando i sodali a far fuori proprio l’odiato Aupick) e insieme disciplinarsi in un’aura aristocratica, fatta non solo di spese folli, di arredi, vestiti, oggetti preziosi, ma di un sostanziale distacco sociale, tutto insomma e il suo contrario ma mai borghese.

Il bisogno di essere riconosciuto e la continua oscillazione fra amore, rimprovero e senso di colpa contrassegnano dunque questa sorta di romanzo epistolare (così pareva anche a Giovanni Raboni che ne scrisse la breve postfazione, al cui centro s’incista la figura del “grande abbandonato”).

Se la madre è tutta dentro il côté che abbiamo descritto, indurito dal matrimonio con un generale (qui la ferita si slabbra: è affettiva, interiore, culturale, ideologica), il figlio cerca comunque in lei una qualche protezione, e persino approvazione. E il giorno dopo dispera: lei, come gli altri, non possono capire davvero: “È proprio dei veri poeti – perdonatemi questa impennata di orgoglio – saper uscire da sé stessi, e comprendere una natura del tutto diversa”.

Le parla dei suoi progetti, dei risultati e dei fallimenti, non nasconde un pungente, carsico senso di colpa. L’Héautontimorouménos si affligge per le sue mancanze ma poi riattacca, le ricorda che la sua arte è differente, che l’ambiente lo comprende fino a un certo punto, gli editori lo stesso, spera vanamente di essere aiutato, il denaro manca sempre, gli serve anche per lavorare, scrive, con la sufficiente serenità (così “la mia intelligenza sarebbe salva”).

Il sostegno economico invece è modestissimo, la corrispondenza affettiva pure non brilla, non a caso, e forse nemmeno per provocazione, il suicidio viene evocato spesso.

“Baudelaire mantenne sempre un qualcosa di adolescenziale, una certa turbolenza spavalda e desolata” scrive Roberto Calasso da qualche parte. C’è il ragazzo che non riesce mai a sbucciarsi dalla pelle il sentire acerbo e problematico del figlio che non diventa mai adulto sino in fondo – Sartre, com’è noto, costruisce un’esegesi monumentale ancorché controversa sull’afflizione di questo tormentatissimo rapporto (fatto di dipendenza, rancore, nuove richieste, senso di esclusione): e lo mette, con qualche forzatura, al centro della poetica baudelairiana.

Ciò che importa qui è che Baudelaire scrive da scrittore, sempre, anche nella descrizione minuziosa di faccende pratiche e domestiche, così come nelle lamentele sullo stato di salute, specie psichico (i “disturbi nervosi” sono ricorrenti).

Una prosaicità che si tiene insieme alla teatralizzazione del sé “artistico”: uomo e poeta difficile, incompreso, inetto a vivere ma capace di volare come nessun altro (le lettere sono un’esplicitazione distesa e costante della notoria figura dell’Albatros).

Ha bisogno che la madre comprenda il suo genio, che non lo consideri un fallito. Si avverte una paura della degradazione che, secondo alcuni critici, combatteva richiamando a sé stesso (noblesse oblige) il dovere di aiutare economicamente l’attrice che era stata sua amante per molti anni, Jeanne Duval (che a un certo punto non ne poté più del suo “carattere impossibile”).

Charles non nascondeva alla madre, che non la amava, di aver bisogno di denaro per passarlo alla donna, assai malata. C’è molto da scoprire dell’arte di Baudelaire in questa trama privata e autobiorafica, con buona pace del formalistico primato del testo, di cui continuiamo a essere convinti: nessuna contraddizione, queste lettere sono un testo.

Michele Lupo

Charles Baudelaire
Lettere alla madre
A cura di Cosimo Ortesta
SE
Collana Testi e documenti
2026, 144 pagine
20 €

Tweet
Share
0 Condivisioni

Archiviato in:Biblioteca

Barra laterale primaria

Articoli recenti

  • Da SE le “Lettere alla madre” di Charles Baudelaire
  • Roberto Fumagalli ospite della MicroMostra di ALIBI
  • “Racconti dello Zodiaco” di Hermann Broch
  • Curiosando nella biblioteca di Giovanni Granatelli
  • “Sandra Marconato. Oracoli” al Museo Eremitani di Padova

Footer

INFORMAZIONI

  • Chi siamo
  • Contatti
  • Informativa privacy & Cookie

La rivista online

ALIBI Online è una rivista digitale di turismo culturale, diretta dal giornalista Saul Stucchi. Si occupa di mostre d'arte, storia e archeologia, di cinema e teatro, di libri di narrativa e di saggistica, di viaggi in Italia e in Europa (con particolare attenzione alle capitali come Parigi, Madrid e Londra). Propone approfondimenti sulla cultura e la società attraverso interviste a scrittori, giornalisti, artisti e curatori di esposizioni.

Copyright © 2026 · ALIBI Online - Testata giornalistica registrata al Tribunale di Milano; reg. n° 213 8 maggio 2009
Direttore Responsabile Saul Stucchi