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Voi siete qui: Biblioteca » Mark Rothko. Riparare il mondo di Annie Cohen-Solal,

25 Agosto 2026

Mark Rothko. Riparare il mondo di Annie Cohen-Solal,

Si chiamava Markus Yakovlevich Rotkowich ed era nato a Daugavpils, nell’odierna Lettonia, che però al tempo (1903) si chiamava Dvinsk, parte dell’impero russo, segnatamente una “Zona di residenza”, ossia quella compresa in un territorio, non proprio esiguo, in cui dovevano vivere gli ebrei russi.

Dieci anni dopo, visto il pessimo clima cui era soggetta la popolazione ebraica – i pogrom si succedevano costantemente – la sua famiglia si trasferì in America: ne passeranno altri prima che il tizio in questione prendesse il nome di Mark Rothko e lo legasse a una delle esperienze artistiche più importanti del secondo ‘900.

Perché questa premessa? Perché il côté ebraico è al centro della riflessione biografica della studiosa Annie Cohen-Solal, apparsa ora in Italia da Einaudi, Mark Rothko. Riparare il mondo (traduzione di Manuela Bertone).

Ci torneremo. Non so se qualcuno fra i molti che hanno visitato le opere in mostra a Firenze (esposizione diffusa – e appena conclusa – fra Palazzo Strozzi, il Museo di San Marco e la Biblioteca Laurenziana) abbia accolto questa interpretazione; peraltro, ad avviso di chi scrive, il fatto che Rothko stesso avrebbe più volte invitato a snobbare interpretazioni e tentare il massimo dell’abbandono estatico, è uno dei motivi del suo attuale successo (molti si sentiranno sollevati dall’obbligo di “capire”, e “immersività” oggi è uno dei totem farlocchi della pseudocultura – ma non è colpa di Rothko, le cui campiture profonde, invece, potendone godere nelle condizioni ideali, sono quanto di più altro si possa dare rispetto a questi tempi sguaiati, assordanti, privi di pudore).

Che dire, non sarà colpa nemmeno dei suoi curatori, tra cui il figlio Cristopher, se la mostra ha evidenziato la cifra strutturalmente contraddittoria che ci si aspettava: nella calca, l’esperienza così intima, intensa, del porsi davanti a un quadro di Rothko (tali le premesse anche teoriche dell’artista stesso) è oggettivamente complicata.

Ad occhi maliziosi è trapelata una certa involontaria ironia laddove in molti tentavano di rispettare i 45 cm di distanza voluti dall’artista impedendo agli altri di fare la stessa cosa, per poi restare incerti se aspettare di essere invasi dalle drammatiche emozioni promesse dalla vulgata o sparare foto a raffica sperando poi a casa di godere del surrogato digitale. Rothko è un vertice della storia artistica contemporanea, ma se egli stesso era ossessionato dal come e il dove dei suoi allestimenti un motivo c’è.

Anche di questo scrive Cohen-Solal, la cui analisi prende l’abbrivio dal contesto sociale e culturale che trascorre dai primi anni russi alla comunità di arrivo, nell’Oregon, con molte pagine dedicate ai fatti, agli umori, ai rapporti sociali – spesso ovviamente segnati dalle marcature di classe, dentro e fuori il mondo ebraico degli esuli – da cui emerge la figura di un giovane acutissimo ma inquieto, pronto a varie occupazioni per campare, lettore autodidatta e studente polemico, consapevole della migliore cultura coeva.

Il punto forte del libro è l’analisi del contesto: mentre ci accompagna nei passaggi decisivi che avvicineranno Rothko al mondo newyorkese, la studiosa è attenta a perimetrarne l’ambiente, le tendenze culturali, ma anche i rapporti di forza, i tentativi letterari, l’impegno intellettuale misurato con le difficoltà economiche di un giovane emigrato ebreo, l’odio per il consumismo americano, lo scontro con l’accademia e la muffa universitaria – nell’ambito sociologico Cohen-Solas si muove insomma con disinvoltura e ricchezza di informazioni.

Su quello estetico (teorico) lascia qualche perplessità l’idea che Rothko resti sempre debitorio degli studi talmudici. Rivelatrice in questo senso la lettura che la biografa fa dei celebri Seagram Murals che Rothko ritirò dal ristorante Four Season, rimettendoci l’assai congruo anticipo, una volta resosi conto che le sue opere rischiavano di finire come decorazioni di una sala da pranzo per ricchi clienti impegnanti a sgozzarsi di cibo costosissimo e fare affari – Cohen-Solal vi scorge delle lettere dell’alfabeto ebraico, spia che dà la stura all’esegesi dell’opera nella chiave da lei proposta.

Ora, che la pittura come esperienza avvolgente, in un certo senso mistica, sia nelle corde di Rothko, non v’è dubbio – non a caso, anche se con modalità non totalmente convincenti, lo si è accostato all’amato Beato Angelico nell’appendice fiorentina al Museo di San Marco.

In realtà è nota l’indifferenza dell’artista per la religione: che quando appare lo fa come mera evocazione metaforica. Cohen-Solal, sebbene riconosca l’ateismo dichiarato del pittore, insiste invece sull’educazione talmudica quale fulcro della sua visione del mondo e dell’arte stessa. Ella richiama gli insegnamenti della scuola Talmud Torah, ossia l’idea della missione, la «mitzvah», una responsabilità morale verso gli altri e l’idea che ogni essere umano debba contribuire a ‘riparare il mondo’. Che molto dell’opera di Rothko vada inteso in un senso morale non è idea peregrina.

Personaggio tormentato, avversario della superficialità della pop art – se le davano di santa ragione – anche dopo il successo economico degli anni ’50, evocava uno spettatore ideale che entrasse in uno spazio contemplativo, un’immersione totale nella sua pittura meditativa, un via per penetrare i più profondi sentimenti umani – senza sovrastrutture analitiche, concettuali (a mio avviso, l’esperienza pittorica più vicina alla musica che si possa immaginare – credo lo avesse intuito Morton Feldman).

Dagli inizi surrealisti e mitologici (graditissima sorpresa delle mostra fiorentina) ai multiforms, dalla fondazione del gruppo The Ten all’espressionismo astratto (la cui appartenenza ricuserà sempre – i miei quadri, diceva, sono pieni di materia) il percorso di Rothko attraverso la ricerca sul colore e lo spazio, appare determinata, anti-decorativa, oscillando nell’attenzione per la forma geometrica (i confini dei suoi rettangoli sono sfrangiati, mai esatti, come a dire che il quadro non finisce in sé stesso): tutto subordinato all’intensità. Che è un vettore della contemplazione meditativa verso la quale è diretta l’opera. Vale per i quadri senza titolo, i formati molto grandi ad altezza di pavimento per inglobare l’intero sguardo dello spettatore.

Ora, per tornare alla mostra fiorentina, se, come scrive il figlio Cristopher, “ciò che conta nella sua opera è l’idea di uno spazio sacro, intimo e personale, un’arte che crei un’interazione forte tra l’artista e lo spettatore, e senza quell’aspetto, i suoi dipinti sarebbero soltanto dei bei colori su una parete” si capisce perché se una mostra di Rothko “è di successo” vuol dire che ha finito col falsificare sul campo le sue intenzioni. Lo immaginiamo il monaco che prova a fare zazen davanti al muro bianco con la gente che gli passa davanti, dietro, a fianco? Anche qui, il tradimento non ha colpevoli.

Infine gli ultimi anni, difficilissimi, la separazione dalla moglie, l’alcool, la malattia, il suicidio, su cui Cohen-Solal non si sofferma.

“Le mie opere hanno bisogno di una cappella”, dice, e poco dopo riceve la proposta di Dominique de Menil per la Rothko Chapel a Houston, Texas. Il nucleo più profondo di un’arte sì meravigliosa è una risposta umana alle grandi questioni del mondo. E la stessa biografa: “La cappella offre un’esperienza spirituale: è interconfessionale, è stata commissionata da una protestante diventata cattolica, dipinta da un ebreo e attualmente è guidata da un presidente musulmano. È forse il più bell’esempio di ciò che può accadere di meglio nel nostro mondo.”

I Black and gray, dopo i magnifici rossi, concludono la mostra – non è obbligatorio cercarvi un equivalente biografico nella depressione, negli umori funerei degli ultimi tempi: certo, il gradiente di severità, di austerità, di intransigenza, impressiona. Riparare il mondo non era impresa più complicata di riparare sé stesso.

Michele Lupo

Annie Cohen-Solal
Mark Rothko
Riparare il mondo

Traduzione di Manuela Bertone
Einaudi
Collana Saggi
2026, pagine VI – 274
26 €

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