Perché si gioca, perché gli animali giocano è la domanda delle domande; o forse la precede quella sulla sua definizione. Di cosa parliamo quando parliamo di gioco? L’ultimo volume della bella collana adelphiana “Animalia”, il quindicesimo, ruota intorno a questioni del genere.
Lo ha scritto David Toomey e il titolo è Nel regno del gioco. La sua è una sfida interessantissima perché l’inutilità del gioco, l’essere fuori dalla dimensione dell’utile ne complica le possibilità di comprensione, al punto da risultare argomento abbastanza trascurato dalla ricerca scientifica.
Ipotesi non mancano, va da sé: il gioco come esercizio infantile che ci aiuta a crescere, oppure per scaricare energie eccedenti, oppure come forma di socialità o ancora addestramento all’imprevisto – soluzioni che a ben guardare mettono a rischio quanto suggerito prima, ossia la presunta inutilità del gioco, l’idea che nell’ottica di un processo evolutivo non “serva” a nulla.
Chi conosce la collana sa già che nel libro si parlerà di animali: il gioco non è una prerogativa degli umani. Dai mammiferi agli uccelli ai rettili ai pesci, non manca (quasi) nessuno, e Toomey passa da osservazioni personali, ricerche empiriche, studi altrui, scientifici ove possibile ma anche suggestioni letterarie.
Ne emerge come anticipato il problema di una quasi impossibile decifrazione della sua natura, un’indecidibilità ontologica del tema: perché ne risulta che il gioco sconfina nella lotta, nel pericolo di mettere a repentaglio la vita, nello strumentario eventuale del corteggiamento. Come valutare allora il lavoro, assai stimato dall’autore, di Gordon Burghardt per il quale il gioco intanto deve essere volontario ma non deve servire a sopravvivere? Come farlo coincidere con l’idea che invece il gioco possa favorire la selezione naturale attraverso la cooperazione?
Esempi questi di come nel libro non si individuino impossibili, definitive risposte sulla presunta natura del gioco – “Non esiste una teoria del gioco universalmente accettata”, scrive Toomey.

È piacevole oltre che istruttivo invece attraversare il volume per conoscerne possibili declinazioni. Scimmie, polpi, suricati, ratti (nei quali i protocolli che distinguono il combattimento vero da quello ludico sfumano la loro rigidezza per lambire la sfera sessuale: pare che chi fra essi gioca poco da giovane, da adulto sarà sessualmente a disagio) offrono spettacoli che divertono loro e a volte anche gli umani che li osservano.
Ci si stupirà di scoprire che un’attività ricreativa molto diffusa fra i mammiferi è quella di “arrendersi dolcemente alla gravità lasciandosi scivolare”: sulla neve, sull’acqua, nel fango. Forse per questo Darwin si preoccupò di dotare la propria abitazione di un grande scivolo mobile per i suoi dieci bambini.
Si dà spesso una dimensione rituale, osservabile in molte specie – il tipico movimento del cane che piega gli arti anteriori abbassandosi di fronte al compagno, che sia un altro cane, un gatto o un uomo, ci dice di un comportamento insieme istintivo e sofisticato. Dietro il quale vi è una Teoria della Mente (ToM nel linguaggio della neuropsicologia) funzionante, ossia una sufficiente capacità di decodificazione delle intenzioni e delle emozioni altrui. Anche i cani, come i ratti o i gorilla e altre specie, sanno mordere senza far male, riconoscendo il confine fra l’esercizio ludico e il combattimento vero e proprio.
Per tornare ai problematici principi generali, forse non tutti sanno che l’anarchico e rivoluzionario Kropotkin era anche un naturalista (oltre che un economista, un geografo etc). Nei suoi studi culminati nel libro del 1902, Il mutuo appoggio: un fattore dell’evoluzione, andò oltre Darwin e scrisse con decisione del valore in natura della cooperazione.
Ed è discussione aperta ancora oggi fra il celebre paradigma del gene egoista di Dawkins e una lettura meno cruenta dell’evoluzione. Ambiguità in effetti inscritta in quella stessa del gioco, nella sua varietà di forme e significati, nei vantaggi adattivi reciproci che può suggerire, o smentire (l’accostamento di Toomeey fra gioco e cultura, che non favorirebbero la sopravvivenza, per esempio, pone più problemi di quanti ne risolva, così come la definizione di cultura di Brian Eno, citato nel libro, “tutto quello che non siamo tenuti a fare”).
In ogni caso, come negli altri libri della collana, si rinnova la rivelazione della straordinaria intelligenza che dal fondo degli oceani (si vedano i capodogli nelle ricerche del noto Carl Safina, autore principe della collana) al cielo sopra di noi, la natura animale ci mostra.
Michele Lupo
David Toomey
Nel regno del gioco
Traduzione di Isabella C. Blum
Adelphi
Collana Animalia
2026, 329 pagine
28 €