Ci sono dei libri che sono congedi. Dalle persone, dalla scrittura e dalla vita. Questo si percepisce ne Gli ultimi giorni di Ingeborg di Fleur Jaeggy (per Adelphi, 2026). Il volume è dedicato alla amica Ingeborg Bachmann, compagna di strada e di pensieri che il 25 giugno 2026 avrebbe compiuto 100 anni.
Jaeggy consegna un ritratto incompiuto della poetessa e narratrice austriaca. Non racconta se non i silenzi condivisi e l’affinità elettiva che le ha fatte conoscere. E le ha legate l’una all’altra. Il resto non ha senso di essere spiegato. Perché andrebbe contro l’idea di riservatezza che la Bachmann ha coltivato in vita (cosa che più volte viene ripetuto nel testo). Alla scrittrice italosvizzera basta poco per tratteggiare la storia di un’amicizia: viaggio su una vecchia Alfa Romeo verso un luogo, Poveromo in Versilia, e la condivisione della pace e di molti silenzi.
Poi, Jaeggy passa a descrivere un dialogo tra lei e Ingeborg sulla vecchiaia, la morte e il desiderio − ma anche la speranza e il conforto − di essere sepolte vicine nel Cimitero degli inglesi a Roma, accanto a Keats e a Shelley, ma protette dalla pietas della Città Eterna. Cosa che purtroppo non avverrà perché la famiglia Bachmann sceglierà di seppellirla a Klagenfurt, sua città natale. Luogo dal quale la poetessa era scappata e a cui faceva ritorno raramente.

Gli ultimi giorni di Ingeborg, non è solo la terza parte di questo trittico di ricordi ma anche quella che dà il titolo al volume, ripercorre i giorni amari della vita sospesa al Sant’Eugenio di Roma della poetessa austriaca. La scrittura sempre composta di Fleur Jaeggy diventa ispida, e il racconto si contrae in frammenti. Descrive le conversazioni attraverso l’interfono della camera sterile di terapia intensiva, quando in una lingua disperata Bachmann chiede di parlare con la sua amica Flora (Fleur).
C’è la rabbia – quasi gridata – per i ritardi e i silenzi definiti «criminali» di chi ha avvertito gli amici quando le condizioni erano già gravi. Non considerando che le persone vicine alla poetessa avrebbero potuto consigliare e seguire meglio la situazione consultando specialisti italiani prima di quanto si fece. Jaeggy sostiene che se l’incidente fosse stato reso noto in tempo, la Bachmann sarebbe sopravvissuta nonostante le ustioni riportante in un indicendo domestico.
«Wir haben es schön gehabt», è la frase con cui si chiude il libro di Jaeggy. La frase che fa da congedo. Da persone, dalla vita e dalla scrittura. Forse.
Claudio Cherin
Fleur Jaeggy
Gli ultimi giorni di Ingeborg
Adelphi
Collana Microgrammi
2026, 44 pagine
6 €