«Al principio era il verbo / al principio era Pravda / Parola-verità, parola-verità»: così cantavano i CCCP Fedeli alla linea in Radio Kabul. Quanto fosse veritiero l’organo di stampa ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietà si può immaginare con un simpatico accostamento: avete presente il quotidiano La Verità diretto da Maurizio Belpietro e il canale social Truth di Donald Trump? Ecco. Parole parole parole…
All’analisi di 20 parole russe al servizio della propaganda – per citarne il sottotitolo – si è dedicato Gian Piero Piretto ne Il paese di Putin appena mandato in libreria da Raffaello Cortina Editore (domani, giovedì 16 aprile, ci sarà la presentazione milanese: già sold out!). Forte di quarantaquattro anni di insegnamento l’autore, già professore di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale alla Statale di Milano, ha selezionato un mini-dizionario di termini, nessuno dei quali può essere reso con un singolo equivalente in italiano.
Da Prostór spazio confinato a Bátiuška caro padre (padrone) – e non: piccolo padre! – passando per Sobórnost’ unità nella molteplicità e Chamstvo arroganza gratuita, senza peraltro dimenticare il caro e vecchio Byt che avevamo imparato a conoscere nel volumone Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica (per i tipi dello stesso editore). A pagina 156 leggiamo dei personaggi di Dostoevskij in lotta «contro un byt positivistico e occidentalizzato», mentre a pagina 67 abbiamo trovato diversi “eroi” della letteratura russa alle prese con la Chandrá, ovvero lo spleen, il male di vivere.
Peccato per la scelta editoriale di indicare le parole soltanto nella traslitterazione scientifica italiana e non anche nell’originale russo: sarebbe stato bello fare come Linus con i nomi dei personaggi de I fratelli Karamazov: soffermarcisi sopra senza avere la minima idea della pronuncia.
Sia detto en passant: il capolavoro di Dostoevskij e le opere di altri scrittori servono a Piretto come database da cui pescare esempi che contestualizzino il termine su cui si sta soffermando in un dato capitolo.
Crea un certo disagio constatare come gli stessi termini impiegati dai sommi scrittori russi ricorrano – piegati fino alla deformazione – nei discorsi della propaganda putiniana. Di «moralizzazione terminologica» e «rettificazione dei nomi» Piretto parla già nell’introduzione. Lo sforzo del Cremlino è implacabile e l’effetto è manifesto: «il risultato è una lessicografia normativa che restringe il vocabolario e, con esso, la gamma stessa del pensabile».
La riscrittura (figlia di una rilettura) della storia della Russia e del popolo russo da parte di Putin spinge alla semplificazione, alla contrapposizione binaria tra due poli (buono / cattivo, naturale / degenerato, noi / loro…), un’interpretazione della realtà proposta anche sotto altri cieli. Il libro è utile, dunque, anche come cassetta degli attrezzi perché fornisce al lettore validi strumenti per riconoscere la retorica di casa nostra dietro quella russa (lo stesso vale per quella ucraina, ché la deformazione del passato non conosce confini…). La contrapposizione reale, suggerisce Piretto, è tra kitsch emozionale e complessità.
Settant’anni di socialismo sovietico hanno abituato i russi a convivere nel dissidio tra realtà e finzione, ma la retorica ufficiale, la propaganda del potere, la pedagogia dell’obbedienza, la visione del mondo (imposta più che proposta dall’alto) non sono cambiate granché nei tre decenni abbondanti trascorsi dalla dissoluzione dell’URSS.
Piretto lo dice alla fine: il libro non vuole essere un controdizionario, ma il tentativo di «decolonizzare lo sguardo» senza buttare il bambino della tradizione (delle tradizioni) con l’acqua sporca dello sciovinismo. Per questa operazione serve il bisturi dello studioso e non l’accetta (ah, Raskol’nikov!) del politico populista. L’autore, per esempio, distingue tra abbattimento e rimozione dei monumenti, e non la tocca piano quando – per un attimo – distoglie lo sguardo dal presidente russo per volgerlo altrove, imbattendosi in «figure che vivono in un mondo che ha smarrito i codici della misura, e li usano a proprio vantaggio, senza ritegno né ironia, mettendo in gioco i destini del mondo».
Consultando gli appunti per scrivere questa recensione mi accorgo di quanto numerose siano le indicazioni “PAG IMP” con cui mi segno le pagine importanti. Ne indico solo qualcuna (chi è curioso potrà verificare la bontà o meno del mio giudizio, libro alla mano): 23 sul colonialismo interno, 43 sull’arcana anima russa «emanata dalla natura primordiale e intrisa di contraddizioni», 93 sul «dispositivo narrativo potentissimo» della Smirénie o remissiva accettazione, umiltà interiore; 108 su Vasilij Grossman come “smontatore” dell’idea del «destino speciale» del popolo russo; 119 su stalinismo e borghesia…
Quello di Stalin è il nome che compare più spesso nel libro, secondo soltanto a Putin. Ovviamente non è un caso: che a lui e al suo ruolo di bátiuška guardi Putin è più che evidente, nei gesti, nei discorsi, nelle decisioni. «Affine relazione tra popolo e potere è quella che ha sapientemente costruito Putin, in lunghi, pazienti e lenti decenni di elaborazione del proprio discorso e di edificazione del proprio corpo politico.»
Con una differenza non da poco: l’uso del corpo (semi)nudo. Se Putin, infatti, ama trasmettere di sé un’immagine machista di uomo forte che caccia, pesca e cavalca a torso nudo, tra le varie paranoie di Stalin quella per la propria nudità non era delle minori. Chissà se Piretto ha letto Pelle di Sergio del Molino (Sellerio) da cui prendo questa citazione: «Non c’è una sola foto in cui Stalin appaia con le maniche rimboccate o con la camicia aperta sul petto, come i fieri bolscevichi che lo circondavano e che a volte si lasciavano ritrarre a torso nudo, sudati, mentre si cimentavano in qualche sport».
Facendosi a volte accompagnare da un viaggiatore ottocentesco, il francese Astolphe de Custine, come affidabile Virgilio, Piretto ripercorre gli sterminati spazi – geografici, storici e culturali – della Russia, tra posclismo e pax russa, eurasismo putiniano ed emigrazione interiore (leggendone, ho pensato ad alcune pagine di Una strada senza nome di Kapka Kassabova (Crocetti), figlia della Bulgaria del Socialismo reale), Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) e cancel culture, volgarità e ironia come via di fuga, icone bizantine e manifesti di propaganda (ieri sovietici, oggi nazional-patriottici).
E quando il ministro degli Esteri Lavróv si è presentato all’incontro tra Trump e Putin in Alaska indossando una felpa con la scritta CCCP non intendeva mostrare la sua passione per la band emiliana di Ferretti e Zamboni, da cui ho preso le mosse.
Saul Stucchi
Gian Piero Piretto
Il paese di Putin
20 parole russe al servizio della propaganda
Raffaello Cortina Editore
2026, 240 pagine
19 €