Reykjavík, amore di Guðrún Eva Mínervudóttir (traduzione di Silvia Cosimini per Iperborea, 2025) è la risposta islandese alle raccolte di racconti di scrittrici come l’Alice Munro de La vita delle ragazze e delle donne (traduzione di Susanna Basso per Einaudi, 2018) o l’Elizabeth Strout di Olive Kitteridge (traduzione di Silvia Castoldi per Fazi editore, 2009).
Reykjavík, amore è una raccolta in cui ogni racconto rappresenta sì una storia a sé stante e conclusa ma che si lega facilmente anche agli altri racconti; c’è un equilibrio sottile tra autonomia del singolo racconto e unità dell’insieme dei racconti. La ricorrenza di temi, ambientazione, personaggi, simboli è il filo rosso che li unisce.
Ognuno dei cinque racconti descrive e racconta di donne in cerca di un’occasione d’amore che non hanno avuto. Donne che si trovano sole a pensare o ripensare alla propria vita. Donne con le famiglie disfunzionali alle spalle con cui si continua a convivere o si deve convivere. Donne che vivono la vita della città (anche se Reykjavík non è una città grande).

I personaggi di queste cinque storie si muovono tra le strade affollate dai turisti, dentro le case dai colori pastello, dentro le fabbriche, i negozi. Guðrún Eva Mínervudóttir tratteggia con abilità un quotidiano ordinario, autentico, carnale, alle volte privo di fascino.
Nel primo racconto la protagonista confronta la sua famiglia confusa e bohémienne con quella borghese del fidanzato, dove si osservano le feste comandate e i compleanni e gli anniversari.
La protagonista del secondo racconto, Hildigunnur, è affascinata da un giovane missionario mormone, Austin, e crede di trovare in lui una vita fatta di sicurezza e di rapporti che le manca, nonostante abbia un marito e una figlia affettuosi. Ma quando alla riunione religiosa incontra il suo primo amante, convertito a questa nuova setta, capisce che quello è un luogo che non le può appartenere.
Johanna, la protagonista del terzo racconto, è sposata ma non vuole figli, contrariamente a suo marito. Quando incontra lo zio più giovane della sua migliore amica, ex corrispondente durante la guerra di Bosnia, ne è attratta. Quello che vede attraverso lo sguardo dell’uomo è che ci sono persone che possono vivere in un modo alternativo. Modo che a lei non è congeniale.
Sara, nel quarto racconto, ha avuto due figli in giovane età da due compagni violenti. Trova sono nella relazione con una sua amica e collega di lavoro la tranquillità per riflettere sulla fallibilità delle relazioni umane, e sul conforto e la gioia che danno le piccole cose.
L’ultimo racconto è uno spaccato su due persone: padrone di casa e inquilina, che stanno entrambi per morire. Magga, malata di sclerosi multipla, trova una tregua insieme a Soti, un alcolista che però non si fa false promesse, ma si limita ad accettare di vivere con lei un giorno dopo l’altro.
Ognuno delle cinque donne è in attesa di qualcosa. In ascolto. Alla ricerca di una speranza. O di un’occasione che le rivoluzioni la vita. Eterne romantiche? Sognatrici? No, persone comuni che vorrebbero dalla vita qualcosa di più.
Mínervudóttir le osserva da una vicinanza stretta. Ne descrive i comportamenti, le criticità dell’io, rincorrere i pensieri che compaiono e sentimenti che finiscono sul nascere. Ma non sembra parteggiare per nessuna in particolare. Sceglie di raccontare. Non di analizzare. Di cogliere uno sguardo. E non chiedersi il perché. Perché sa che le donne (e gli uomini) agiscono d’impulso, imprevedibili. E sempre insoddisfatti.
L’uso della prima persona è una scelta tagliente, che l’autrice sa gestire fino in fondo. Senza perdere né il ritmo né il tono della narrazione.
Claudio Cherin
Guðrún Eva Mínervudóttir
Reykjavík, amore
Traduzione di Silvia Cosimini
Iperborea
Collana Gli Iperborei
2025, 256 pagine
18 €