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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Dalla montagna perduta” di Pierre Jourde

28 Febbraio 2026

Recensione di “Dalla montagna perduta” di Pierre Jourde

Ogni scrittore prima di essere le storie che racconta è un luogo, una città, un borgo. Questa regola vale anche per Pierre Jourde, autore di vari romanzi, tradotti con estrema cura da Prehistorica Editore.

Il luogo da cui lo scrittore francese non può prescindere è l’Alvernia – un territorio che si trova nei pressi del Massiccio Centrale della Francia, che ha paesaggi brulli, speroni di roccia, vulcani ormai inattivi – lì le persone, per lo più anziani, vivono di pastorizia.

Paese perduto (traduzione, prefazione e note di Claudio Galderisi, per Prehistorica Editore, 2023) e La Prima pietra (traduzione di Silvia turato, per Prehistorica Editore, 2023) sono i due romanzi in cui lo scrittore delinea un’immagine cruda del paese natale. Soprattutto nel libro autobiografico, Paese perduto, si rappresentano gli abitanti del piccolo borgo in modo spietato.

L’autore li descrive come se fossero personaggi usciti dalla penna di Giovanni Verga: poveri, meschini, destinati a una vita di stenti e senza alcuna umanità. Non ha pietà neanche della bambina disabile, che ha conosciuto nell’infanzia, morta di cancro a vent’anni.

In Dalla montagna perduta (traduzione di Silvia Turato, per Prehistorica Editore, 2025) il registro cambia. Il paesaggio e gli abitanti diventano parte di una ricerca interiore. Perché, nel frattempo, Pierre Jourde ha compreso che quelle valli, quelle strade scoscese e prive di vegetazione appartengono al suo «spazio immaginativo».

Pierre Jourde ha dovuto macinare chilometri prima di arrivare alle aspre e ripide rocce del Zanskar − una catena montuosa del Ladakh, nel nord dell’India – per capire quanto in realtà gli mancassero le distese dell’Alvernia, tanto da scrivere a un certo punto «il Tibet si confonde con l’Alvernia», annotazione presente nel bellissimo libro di viaggio intitolato Il Tibet in tre semplici passi (traduzione di Silvia Turato, per Prehistorica Editore, 2020).

Dalla montagna perduta si apre con una descrizione geografica. Infatti, anche se «con tutta l’energia dell’arcaismo, [l’alverniate] aspira alla modernità. I fienili, i trattori, le fabbriche e le autostrade si ingrandiscono, i bulldozer lavorano per passaggi… l’Alvernia rimane un luogo isolato e selvaggio. Gli uomini hanno cercato di addomesticare la Natura, ma quest’ultima non si è lasciata domare».

Selvatichezza e delicatezza caratterizzano questa terra, che non fa sconti ai suoi abitanti. Ma anche ultimo baluardo di un mondo d’una scontrosa bellezza, che non si lascia conquistare facilmente e che non conquista tutti coloro che vi si avvicinano. Un luogo, insomma, per pochi. Qui gli uomini che ci vivono da sempre incassano senza alcuna lamentela quanto dispongono la Natura e la Vita.

L’Alvernia ha una fisionomia propria. Ci sono «tracce e ricordi di un’antica apocalisse, di eruzioni e colate laviche che hanno configurato questa terra». Su tutto domina «il vento che non si arrende mai». Sembra «di essere trasportati in qualche parte in Kazakistan, in Mongolia, suoi deserti dei Monti Altai».

Qui si vede ciò che rimane di un tempo geologicamente antico. Non per questo privo di fascino. Paura collettiva degli abitanti è che un giorno non troppo lontano un «territorio [di] tale selvatichezza» potrebbe essere addomesticato, per fini turistici, e «ridurre il suo enigma a un percorso turistico».

Gli uomini d’Alvernia sono forti e coraggiosi, abituati a convivere con temperature estreme e con una vita fatta di fatica. Agli uomini e alle donne che qui vivono e lavorano non è concessa debolezza, sempre pronti alle difficoltà e alle prove a cui un tale territorio li sottopone. Ma anche alla solitudine, al vento, alla durezza della vita di ogni giorno. Perché anche una piccola esitazione può mettere a repentaglio la vita del singolo.

Sono uomini e donne provati, ma degne di rispetto, quelle che si incontrano nel libro. Uomini e donne alle quali lo scrittore sente di dover chiedere scusa dopo l’immagine che ne ha proposto in Paese perduto.

Del resto «ogni persona, ogni casa, ogni famiglia, ogni borgo è un’inestinguibile matrice di storie che, mescolandosi, si moltiplicano, si contraddicono, finiscono per formare il vero corpo del paese». Così ci si trova di fronte ad Adrienne che dopo sei mesi scopre di avere una gamba rotta, ma pur sempre «capace di trovare note di pura elegia per descrivere l’infelicità di un bambino a cui è stato rifiutato un dolce».

Ad Adrienne si succede Alice, morta quando stava per compiere cent’anni, che a novant’anni «ancora saliva la montagna erta come un muro per andare a bruciare i ginepri che infestavano i campi». Donna che neanche il deambulatore ha fermato.

Dopo Alice compare Milou che ha urtato l’architrave di pietra del fienile e, come il barone di Münchhausen, si è «risistemato sull’osso del cranio la pelle strappata via». Mentre Alphonse che, ubriaco, si è addormentato nella neve in una giornata freddissima e a cui suono cadute le dita. E infine ci si ferma davanti alla «maga delle patate» Marie-Jo.

Si passa poi al racconto di monticazione e demonticazione: ovvero il trasporto del bestiame in montagna durante l’estate e il suo ritorno in pianura in autunno. Lo scrittore e suo figlio, su una Renault 5, con Marie-Jo, Gillou e Helene vanno a riprendere la mandria. Perché, anche se è un luogo privo di vegetazione e simile alle distese della Mongolia, nel borgo di Allanche c’era, un tempo, il più grande mercato di bestiame d’Europa.

Poi la svolta: Pierre Jourde scrive come da qualche anno l’Alverna sia iniziata a popolare i suoi sogni. E sia divenuto il luogo «in cui si mescolavano sogno e realtà». Quel luogo, afferma lo scrittore, prima diventa il corpo della persona che si ama e per poi diventare parte del suo stesso corpo («è nel buio del mio ventre che palpitano le stelle delle sue notti, è la mia pelle che invadono i suoi li licheni e le sue felci»).

Lo scrittore sente non solo quella terra parte di sé, ma capisce di appartenergli. Ma anche di esserne allo stesso tempo luogo privato. Un luogo dell’anima. E raffigura la terra aspra alla fragile Euridice. «La terra è come Euridice: non la puoi guardare in faccia. Devi conservarla dietro di te», scrive ad un certo punto. La sua bellezza è un dono, un dono improvviso. Può capitare di percorrerla per anni senza percepire altro che desolazione. Poi, all’improvviso, trovarsi di fronte a qualcosa che le parole non potranno definire. Ci si trova di fronte a una parusia (come la chiama lo scrittore). A qualcosa di divino. A cui non si ha diritto. Ma che per un qualche misterioso travaglio viene offerto per poco. Ecco, allora, che il luogo si trasfigura in un luogo dell’anima, in cui le paure, le speranze, le lacrime versate trovano il loro posto nei territori brulli, nelle lande scoscese, nel cielo grigio, nel vento che domina su tutto. E che nutre la sua anima di essere vivente e di scrittore.

Dall’esterno si passa all’interno della casa di famiglia, in cui Jourde descrive stanze e coloro che ci hanno vissuto prima di lui. Si giunge così a delle pagine intime in cui lo scrittore affronta le proprie paure e tocca la parte oscura della sua anima – quella in cui fioriscono angosce e paure. Un’atavica paura lo attira che sgorga dal Sé bambino che è stato. Così lo scrittore ripensa a quella specie di Minotauro che credeva vivesse nei punti oscuri della casa. O alle immagini, le voci dei suoi antenati dai volti severi lo intimorivano.

La paura del bambino diventa la paura della morte dello scrittore maturo. Comprendendo come le sofferenze delle persone morte possano giungere anche a coloro che sono venuti dopo. Fino a che il principio di realtà, il suo principio di realtà non sembra vacillare. E gli sembra di vivere nel mondo della morte. Solo allora trae la forza dalla casa di famiglia luogo necessario alla sua crescita e alla sua storia, anche, una volta adulto, se n’è allontanato.

Questo gli permette di rievocare la figura del proprio padre, peraltro morto, e di suo nonno. E sentire l’oblio e la morte che lo prendono alla gola con un cappio meno stretto.

Dalla montagna perduta di Pierre Jourde è forse uno dei migliori titoli del 2025 da poco concluso. Alla Prehistorica Editore e ai traduttori (ma anche ai correttori di bozze e ai redattori e all’ufficio stampa il merito di aver fatto conoscere un testo raffinato, elegante, ma che fa guardare alle radici di ognuno in modo diverso.

Claudio Cherin

Pierre Jourde
Dalla montagna perduta
Traduzione di Silvia Turato
Prehistorica
Collana Ombre lunghe
2025, 180 pagine
17 €

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