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Le cose sono importanti, tu dici, molto importanti. Perché le cose dureranno, resteranno, le cose vi sopravviveranno. Vi sopravviveranno strade, palazzi, utensili, cianfrusaglie, così come sono sopravvissuti templi, codici, vasi, monili. Le vostre lettere d’amore, la loro consistenza materiale di carta e d’inchiostro, le fotografie, i vestiti, le scarpe, i libri, dureranno presumibilmente più di voi.
Gli indumenti, ci hai mai pensato agli indumenti che durano più di chi li ha indossati? Tu conservi un cappellino nero di tua nonna, tutto infeltrito, avrà almeno cinquant’anni, lo portava quando era ragazza. L’estate dopo la sua morte eri ritornata in Sicilia, nella vecchia casa sulle pendici dell’Etna. Trascorrevi pomeriggi interi, mentre gli altri dormivano, davanti al suo armadio aperto. Le minuziose esplorazioni lasciavano spazio di tanto in tanto a ispirate sessioni di prova allo specchio oppure, come all’interno di una bottega magica, gonne, vestaglie e borsette diventavano all’improvviso l’uditorio privilegiato per la rivisitazione ad alta voce dei ricordi. Nella valigia per il ritorno a Milano, avevi infilato all’ultimo momento anche il cappellino.
Tu ami le cose, la tangibilità degli oggetti. Detesti invece le bambole e i pupazzi: quelli domestici, dei giochi infantili, così come i trofei che alcuni riportano da soggiorni esotici. Detesti anche i pagliacci, le parrucche, i mostri improbabili o troppo verosimili dei videogiochi.
Quando eri piccola ti disperavi davanti a un’illustrazione dell’enciclopedia per bambini: una vecchia locomotiva a vapore in disuso, soppiantata da mezzi più moderni ed efficaci, che piangeva, abbandonata su un binario morto. Adesso ti commuovi di fronte alla nature morte di Morandi. A Milano se ne può osservare qualcuna alla Pinacoteca di Brera così come al Museo del Novecento, dove siete venuti ancora una volta oggi pomeriggio.

Camminando per le sale silenziose, lui ti ha chiesto ancora una volta perché non vuoi più ritornare a Bologna, dove di questi quadri potresti ammirarne a decine. Hai addotto come giustificazione consueta i ricordi dolorosi che quella città ti suscita. Non sei riuscita a dirgli che non potresti più sopportare tutta quella intensità, i piccoli abissi che si aprono dietro agli oggetti raffigurati in quei dipinti e ti narrano storie che la tua mente non può fare a meno di raccogliere…
La ciotola stava prima su una mensola del salotto, conteneva cioccolatini e caramelle, oppure sigari non molto buoni, li aveva regalati al marito un collega, forse un regalo di seconda mano, si è sbrecciata una mattina togliendo la polvere, era una mattina di infelicità acuta, fuori pioveva, lei aveva il raffreddore e tirava su col naso, la ciotola è finita in cucina, sul ripiano della cassettiera, ci si mettono dentro bottoni e tappi di plastica, mozziconi di matite, i punti per le raccolte a premi dei supermercati, gli sguardi vi si appoggiano senza concentrazione, quasi senza vederla, prima o dopo il caffè della colazione oppure all’ora di pranzo, prendendo manciate di sale da un contenitore di vetro sistemato lì accanto, chissà quante volte ma non si saprebbe nemmeno più dire quale sia il suo colore, tanta è l’abitudine e poi le decorazioni si sono stinte, l’orlo ulteriormente sbrecciato, maneggiandola bisogna fare attenzione a non graffiarsi, sebbene questo non sia un motivo sufficiente per buttarla via, anche le sue mani, sono diventate così brutte, gonfie e ruvide che bisognerebbe buttare via anche loro…
Tu non butti mai niente, tranne ciò che risulta assolutamente necessario o naturale eliminare. I tuoi cassetti sono inguardabili per l’accumulo di cianfrusaglie che contengono e ovunque per casa riviste, sacchetti, nastri, fogli di carta da regalo, biglietti ferroviari o del cinema, a volte oggetti ricevuti o trovati non ci si ricorda più dove e quando.
Tu ami le cose. Perché le cose sono fedeli a se stesse. E così indirettamente sono fedeli a noi che viviamo loro accanto. A volte chiedi a lui di annusare un oggetto, un indumento: sono impregnati del nostro odore, gli spieghi, non lo rifiutano.
Quando uscite dal museo, della luminosità primaverile di aprile non è rimasta traccia. Incombono sulla città grandi nuvole livide, basse. Camminate velocemente tenendovi sottobraccio e una volta saliti sul tram affollato, pieno di chiasso, ecco che il respiro e il battito cardiaco ricominciano a inciampare. Conti i giorni: sono ormai più di quindici. Da più di quindici giorni, a cominciare da quella penosa partenza per Roma, il tuo corpo emette con regolarità questi segnali di disagio.
Nella luce ancora stentata della mattina di marzo subito dopo l’introduzione dell’ora legale, le grandi volte metalliche della Stazione Centrale ti erano sembrate gli elementi architettonici di un edificio di reclusione, come in un’improbabile allucinazione. Camminando spalla a spalla sulla banchina verso la carrozza numero 10, la sofferenza per il distacco era cresciuta passo dopo passo, con un’intensità del tutto sproporzionata alla brevità di un viaggio di lavoro. Lui ti accompagnava assonnato e serio, portandoti lo zaino e dando l’impressione di non essersi accorto del tuo crescente malessere. Una volta sul treno, ti eri sentita meglio, in qualche modo al riparo ma poi, salutandolo dritta in piedi subito prima che il convoglio si mettesse in moto, ti eri accorta che i capelli sul suo grande cranio infantile si erano ulteriormente diradati. E allora ti era parso che tutto intorno a te emettesse un sibilo lancinante. Appena ti eri seduta, il tuo corpo aveva ricominciato la sua rivolta.
La sera, distesa sul letto della stanza d’albergo, avevi sfoggiato una vivacità imprevista, un’allegria senza motivo, velleitaria. Parlavi a ruota libera, una facezia dopo l’altra, come se fossi ubriaca. Nel tentativo di esorcizzare la mattinata, l’avevi canzonato per la perdita dei capelli ma la tristezza nella filigrana delle parole era diventata così fin troppo evidente, quella strana agitazione si era placata di colpo, ti si era bloccata nella gola. Ti piacerebbe se fossimo due grandi montagne affiancate, due grandi montagne ammantate di abeti, una accanto all’altra, messe lì da migliaia di anni e per ancora migliaia di anni?
Giovanni Granatelli
Nella foto – presa da Wikipedia – un’opera di Giorgio Morandi esposta al Museo d’arte moderna di Bologna
I libri più recenti di Giovanni Granatelli sono Nomi, cose, musiche e città (Arkadia, 2023), Resoconto. Poesie 2002-2022 (Scalpendi, 2023) e Spostamenti. Prose e racconti (Nardini, 2022).