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Voi siete qui: Biblioteca » “Opere scelte” di Pier Antonio Quarantotti Gambini

17 Gennaio 2026

“Opere scelte” di Pier Antonio Quarantotti Gambini

La pubblicazione delle Opere scelte (curatela di Mauro Covacich per Bompiani, 2015) permette di ripensare e ripercorrere la scrittura di Pier Antonio Quarantotti Gambini. L’autore istriano ha avuto ben chiara l’idea che uno scrittore per essere tale deve «presta[re] attenzione al mondo».

Il ‘racconto corale’ di Una Primavera a Trieste – (siamo nei giorni che precedono e seguono l’8 settembre 1943) in cui i racconti, le notizie, le voci degli uomini e delle donne si ritrovano a riferire, meglio di qualunque altra cronaca, narrano l’attesa e la paura di una generazione che non sa quale sarà il suo futuro –, il ‘racconto del lato oscuro del sogno americano’ di Neve a Manhattan – che oltre ai grattacieli, ai neri che ballano, al lusso e al burlesque, al fanatismo religioso cristiano, all’idea che il denaro sia l’unica qualità che domina incontrastata su tutto e tutti, descrive l’anglofobia, il latente antisemitismo americano e la netta separazione tra i neri e i bianchi, come forse anni più tardi farà V. N. Naipaul, nel libro intitolato Nel sud – e ‘il racconto della malinconia dell’esule’ di Sotto il cielo di Russia – in una Russia degli anni Cinquanta, in cui lo scrittore, affetto dalla malinconia dell’esule (che lo accomunerà al poeta Iosif Brodskij) finisce per ritrovare nel contadino russo, che un giorno gli si para davanti, non solo la Russia perduta di Tolstoj, ma l’Istria da cui da anni è lontano (quando scrive questi testi, lo scrittore ha già lasciato sia l’Istria sia Trieste, e ha fresco il ricordo dell’Esodo di molti istriani, giuliani e dalmati) – sono esempi di come la scrittura di Quarantotti Gambini parta da una visione privata e parziale per diventare sentore dell’incertezza, dell’ansia e della sofferenza collettiva di un’intera città o di una popolazione in attesa del proprio destino.

Ma Pier Antonio Quarantotti Gambini, oltre a essere un osservatore della realtà, è e rimane un narratore. Il cantore, come lo è stato Gregor von Rezzori, dell’Impero Asburgico di lingua italiana e dell’Istria (luogo dal quale sognava, dietro una linea di confine, l’Italia).

E ha dato voce ‘allo spaesamento di una generazione‘ di fronte alla tragedia silenziosa della Storia che ha visto una terra – l’Istria – diventare lo scenario di barbarie, facendone lo scenario evocativo dei suoi romanzi migliori, come L’amore militare, I giochi di Norma, Il cavallo Tripoli, Le redini bianche, L’onda dell’incrociatore solo per citarne alcuni.

Chiunque pensasse alle sue opere – composte per lo più da descrizioni ridotte all’osso, da una scrittura contaminata dal cinema, da rapidi flashback, dialoghi serrati e svelamenti improvvisi, capitoli che hanno una vita a sé – come a un ‘lungo romanzo di formazione’, perché hanno come protagonisti adolescenti e preadolescenti, sbaglierebbe.

L’adolescente è il tempo che finisce, è il tempo delle illusioni, è luogo/simbolo di una terra, l’Istria, che si perde nella deriva della Storia.

Questa scelta simbolica permette allo scrittore di dare voce a quei languori che non si comprendono, a quelle ombre che, se si manifestano, non si riconoscono. Racconta i pertugi, le ferite, le increspature, le ansie e i tremori nell’animo umano, che emergono sulla superficie di una giornata estiva, quando tutto sembra essere perfetto. E restituisce, come dice Luois Pergaud, «un istante […] della vita entusiasta e brutale di ragazzi vigorosi e selvatici, in ciò che essa aveva di franco e di eroico, sfrondata cioè delle ipocrisie della famiglia e della scuola».

Quarantotti Gambini non crede affatto nella bontà dei bambini o degli adolescenti come non lo credono William Golding, il Richard Hughes di Un ciclone in Giamaica, il John Banville de Il mare, il Patrick White de Il giardino sospeso.

L’adolescenza è nichilismo, è l’indifferenza per un domani, è il desiderio ardente di vita. È la bellezza mortifera dell’adolescenza, quella che cerca lo scrittore istriano, quella perfetta de Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, che non può avere un seguito. E non deve avere un seguito.

È il bisogno di scoprire, di essere spietati e cinici, brutali e carnefici verso se stessi e gli altri, perché gli adolescenti non possono non essere attratti dal non fare del male, come accade nel film The dreamers di Bernardo Bertolucci o nel romanzo di Sándor Márai I ribelli, o ne Lo studente Gerber di Friedrich Torberg,
Ario, Berto, Norma o Paolo – gli adolescenti che compaiono nei romanzi dello scrittore istriano – danno sfogo a quella ‘volontà’ che è al di sotto della superficie della vita, per dirla con Schopenhauer e Nietzsche.

Affrontano la vita, le pulsioni sessuali, il mondo che li circonda seguendo la natura dionisiaca degli uomini che diventeranno. Sembrano non accorgersi di quello che gli accade, di quello che la vita e gli altri gli porgono. In loro la natura dei satiri e delle ninfe, di cui tanta letteratura antica e Shakespeare parlano, convivono con quella degli uomini.

Il corpo di Nerina – donna che è nelle fantasie e nei giochi perversi di uno dei soldati italiani del fronte, nel romanzo L’amore militare – non è poi molto diverso dal corpo straziato di una delle ninfe del Tasso dell’Aminta. O dalla Lolita sfatta, quella delle ultime pagine, di Nabokov.

La violenza, lo stupro, l’omosessualità latente – di cui si racconta ne L’amore militare – o il voyeurismo de I giochi di Norma – la ruvida consapevolezza di un corpo diverso dal proprio – come accade al piccolo Paolo, quando si trova a condividere il letto con due donne disinibite ne Il cavallo Tripoli – non sono riti di passaggio, perché manca la consapevolezza che porta alla rottura, al cambiamento o al rancore verso il mondo degli adulti. Non c’è un prima o un dopo.

In Agostino o ne La disubbidienza di Moravia, ne L’isola di Arturo di Elsa Morante, in Anna e Bruno di Romano Bilenchi, gli adolescenti inquieti di tante pagine di Pavese o di Calvino, il Mario del Giornale di adolescenza di Striano non raccontano altro che il rimpianto degli adulti per una presunta età dell’oro. Gli adolescenti di Quarantotti Gambini vivono in un territorio incontaminato, inconsapevolmente separati, come ninfe o satiri, da tutto ciò che viene dopo.

Uno scrittore è anche una vita, interessi, discussioni, letture. Chi volesse comprendere meglio lo scrittore può farlo con Il poeta innamorato, opera non presente nell’antologia Bompiani, in cui si raccontano i modelli e il bisogno di scrivere a sua volta.

In Un italiano sbagliato – l’intervista autobiografica rilasciata a Gian Antonio Cibotto e pubblicata il 15 novembre 1964 sulla rivista «La fiera Letteraria» – emergono le differenze tra Quarantotti Gambini e la letteratura triestina, perché formatosi in cui mondo, quello dell’Impero Asburgico di lingua italiana, di cui si è forse persa la memoria (di cui ha scritto Paolo Rumiz nel reportage intitolato Come cavalli che dormono in piedi).

Nel testo è anche Il giovane e il vecchio, il carteggio incompleto – perché molte lettere sono andate perdute e distrutte durante la guerra e durante le perquisizioni dei Nazisti – con il poeta Umberto Saba, luogo privilegiato per comprendere la voce dello scrittore, la vita culturale di Trieste, le sue speranze e le idee politiche, l’aria che tirava nell’Einaudi o nella Mondadori dei primi anni Cinquanta.

Claudio Cherin

Pier Antonio Quarantotti Gambini
Opere scelte
A cura di Mauro Covacich
Bompiani
Collana Classici della letteratura europea
2025, 1550 pagine
66,50 €

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