“Puoi davvero voler bene a un bambino che non ha il tuo sangue?” (Nonomiya Ryota)
Il film di Kore-eda si svolge tutto intorno a un unico tema: “è più padre chi passa il suo patrimonio genetico a un figlio, oppure chi passa il tempo a giocare con lui e ad aiutarlo a crescere?”. Sull’argomento è stato scritto di tutto e di più e io sarei l’ultima persona autorizzata a esprimere un’opinione, visto che sono un ramo secco (cit. da Fabio e Fiamma: premio speciale a chi sa a cosa mi riferisco).
Ma torniamo al discorso serio: ho raccolto pareri autorevoli, sia informandomi sull’argomento, sia scambiando riflessioni con chi ha vissuto in prima persona il problema. Devo dire che tutti (e mi sembra anche il buon Kore-eda, nonostante lasci il finale aperto) concordano sulla seconda delle ipotesi formulate.
In particolare, voglio ricordare almeno un mio amico, insegnante di Biologia che mi raccontava che erano stati fatti anche esperimenti sulla materia e una mia amica che aveva provato sulla sua vita (o meglio, sulla vita di sua figlia) quanto fosse importante l’ambiente nel quale si cresce.
“Chi conta è chi ti cresce, non chi ti mette al mondo” (Nonomiya Nobuko)
Se il tema è una specie di topos letterario e cinematografico, è originale il modo in cui il maestro giapponese l’affronta.

Siamo nel pieno del boom economico del Paese del Sol Levante e il padre protagonista è impregnato dei valori alla base del successo finanziario e sociale. Il suo desiderio è che anche il piccolo figlio cresca “perfetto” nel ruolo che gli ha immaginato il genitore. Così sarebbe, se non accadesse l’imponderabile: il suo vero figlio, scambiato alla nascita, vive con una famiglia piccolo borghese, mentre quello che è in casa con lui è il bambino dagli altri. A questo punto, naturalmente, il discorso si sposta sul comportamento e sull’educazione che i due diversi genitori hanno in animo di dare.
La risposta di Kore-eda è tutta nell’utilizzo del tempo. Mi spiego meglio: mentre tra la madre e un bimbo si crea immediatamente un attaccamento (l’istinto materno), a un padre è necessario un periodo maggiore di adattamento, indispensabile per conoscersi l’un l’altro.
“Non è come dice tuo padre: quando si vive insieme, si finisce per volersi bene e somigliarsi” (Nonomiya Nobuko)
Il tempo è anche uno degli elementi caratteristici del cinema del nostro. In altre pellicole, ma in particolare in questa, diventa fondamentale filmare il lento scorrere dei momenti, delle settimane, per entrare sempre più nella storia e comprendere i passaggi dell’evoluzione interiore dei protagonisti.
Questo modo di fare cinema avvicina lo spettatore alla realtà. La mano del regista si muove leggera e delicata: non cerca l’esibizione, evita accuratamente il melodramma e fa sembrare estremamente naturale quello che viene mostrato. A Kore-eda non interessano le grandi storie, ma le piccole onde che muovono i tumulti interiori. Tutto ovviamente con una narrazione pulita e senza retorica alcuna.
Volendo spendere qualche altra parola, potrei definire il cinema del maestro giapponese come il contrario di troppo cinema di oggi, basato sulla spettacolarizzazione e sull’eccesso. A me ricorda molto Ozu Yasujiro di cui ho parlato secoli fa (è stata la mia prima recensione).
Father and Son partecipa al Festival di Cannes del 2013: non vince la Palma d’oro (che va a La vita di Adele), ma gli viene assegnato il Premio della Giuria, giuria presieduta da Steven Spielberg. Il regista americano rimane tanto colpito dalla pellicola di Kore-eda da comprare i diritti con la sua Dreamworks per farne un remake in patria.
Kore-eda nasce a Tokyo nel 1962. La sua famiglia è di origine taiwanese da parte di padre. Quest’ultimo, occupato saltuariamente come operaio, spesse volte torna a casa ubriaco, motivo per cui durante l’infanzia e fino alla giovinezza, Hirokazu viene cresciuto dalla madre, dalla nonna e dalle due sorelle maggiori. Scrivo questo perché non bisogna scomodare Freud, per domandarsi come mai una delle vene principali del suo cinema (come anche in Father and Son) sia proprio l’analisi delle dinamiche familiari.
Prima di dedicarsi ai lungometraggi, lavora per alcune tv giapponesi come documentarista. Nel 1995 debutta come regista di film con Maborosi, che riceve il premio Osella alla 52a Mostra del Cinema di Venezia.
Da qui la sua carriera si fa sempre più ricca e, tra i tanti suoi titoli, a me piace ricordare quelli che ho visto: Ritratto di famiglia con tempesta, 2016; Un affare di famiglia, 2018; Le verità, 2019 (primo film girato fuori dal Giappone, ovvero in Francia) e Le buone stelle-Broker, 2022 (girato in Corea del Sud).
Come ho detto prima, Kore-eda è un autore dotato di grandi capacità introspettive: è un attento indagatore delle relazioni familiari e interpersonali, che affronta con delicatezza e profondità.
«Io sono dell’idea che, alla fine, la persona che crea un film propone, tramite quel film, un processo della propria filosofia, del proprio pensiero. E quindi, poi, chi guarda quel film in un certo istante, avrà la possibilità di unirsi per la durata del film insieme alla persona che lo ha creato; dopo di che, prende una sua strada, un suo percorso. Questo, secondo me, è il cinema ed è anche una vera forma di intrattenimento.»
Note e osservazioni
L’ispirazione per il film deriva da una storia realmente accaduta, anche se poi Kore-eda, autore anche della sceneggiatura, ne ha preso spunto per continuare le sue riflessioni sulle dinamiche familiari.
Qualche problema per quanto riguarda il titolo italiano del film. Nel resto del mondo la pellicola è stata distribuita come Like Father, Like Son, ma anche in questo caso c’è un errore rispetto al titolo originale in giapponese: Soshite Chichi ni Naru che può essere tradotto con “E diventare padre”.
L’attore protagonista, Masaharu Fukuyama è in realtà un popolare cantautore, oltre che produttore discografico e conduttore radiofonico. Ha venduto oltre 21 milioni di dischi in Giappone ed è conosciuto dai fan come “Masha”, “Masha-nii” o “Fuku chan”.
Chiamato da Kore-eda a interpretare il ruolo di padre, era inizialmente molto preoccupato, non essendo genitore; il regista è riuscito però a tranquillizzarlo, spiegandogli che la sua parte era quella di qualcuno che avrebbe dovuto imparare a diventare padre (vedi al proposito, la nota precedente).
Nel film viene nominata e suonata una famosa canzone del 1970 di Cat Stevens (oggi Yusuf Islam): Father and Son. A parte l’assonanza con il titolo italiano del film, non c’è troppa somiglianza con il lavoro di Kore-eda, se non perché si parla a due voci di un confronto generazionale appunto tra un padre e il figlio.
L S D
Father and Son
- Regia: Hirokazu Koreeda
- Sceneggiatura: Hirokazu Koreeda
- Interpreti: Masaharu Fukuyama, Lily Franky, Machiko Ono, Yōko Maki, Keita Ninomiya, Shôgen Hwang