L’immaginazione è mai stata al potere? Quella più malsana forse – l’oggi è qui, nudo e crudo – nata da pulsioni basiche, nell’orizzonte ristretto di un Leviatano ottuso, deciso a sbrigarsela nella pratica pur transitoria dell’esistenza ingoiando gli animali più piccoli sognandosi allo stesso tempo alla stregua dell’onnipotente. Pensava ad altro evidentemente Gaston Bachelard quando scrisse La poetica della rêverie che ora è di nuovo in libreria per Dedalo Edizioni.
Se il potere politico di solito si estroflette nella violenza che annulla la libertà altrui illudendosi (talvolta ahimè riuscendovi) di azzerarne anche le virtù immaginative, la rêverie dello studioso francese era concepita come nutrimento fondamentale della vita interiore, motore indispensabile della creatività – in ultima analisi, dell’uomo in quanto tale. Non solo dell’artista, dunque, ma dello scienziato, e infine dell’uomo comune che attraversa la vita basculando fra gesti oggettivi, intenzioni più o meno razionali e deragliamenti onirici.

La vita apparente di quanto viene organizzato ed esperito nelle azioni quotidiane poggia però su un orizzonte assai meno definito. La poetica della rêverie (1960) fu una delle sue opere più personali e, per certi versi, più elusivamente sistematiche.
Frutto di una lunga riflessione che unisce scienza, fenomenologia e poetica, il libro rappresenta una sorta di punto terminale del suo percorso intellettuale, ma anche un suo superamento: qui l’interesse teorico si attenua, per lasciare spazio a una forma di meditazione in cui l’oggetto non è più l’immaginazione creativa in senso produttivo, ma quella “passiva” e contemplativa che egli definisce rêverie.
A differenza della rêverie romantica o decadente, che spesso si carica di inquietudine, morbosità o desiderio di evasione, per Bachelard questa esperienza è tutt’altro che patologica: è uno stato dell’anima che si apre al mondo senza volerlo possedere, una modalità del pensiero che sospende il giudizio logico per accogliere l’immagine poetica nella sua spontaneità e gratuità. La rêverie diventa così, nelle sue parole, una “immaginazione disarmata”, che non fabbrica mondi ma si lascia attraversare da essi.
Il libro è strutturato come una raccolta di riflessioni, spesso quasi aforistiche, accompagnate da letture di poeti quali Novalis, Jules Supervielle, Rainer Maria Rilke, etc, poeti e prosatori nei quali Bachelard riconosce una sensibilità affine: una poetica della leggerezza, della natura, dell’infanzia, dello sguardo non violento. La rêverie, ci dice, non cerca il simbolo, ma la semplice presenza della cosa nella sua intensità sensibile. È, insomma, un’esperienza fenomenologica.
Questo orientamento si differenzia da molte letture novecentesche dell’immaginazione, da quelle di marca psicanalitica (Freud, Jung), così come da quelle di orientamento strutturalista. Bachelard rifiuta la concezione dell’immagine poetica come prodotto di un inconscio da decifrare o come parte di un sistema di segni.
Per lui, l’immaginazione poetica — e la rêverie come sua forma più spontanea — è un atto originario, non derivabile. Non è neppure un’emanazione del soggetto, ma qualcosa che si pone “in mezzo”, tra il soggetto e il mondo, rendendo possibile una relazione non possessiva.
Il rischio di sentimentalismo c’è, e Bachelard ne era consapevole. Ma invece di evitare questo rischio attraverso un maggiore rigore teorico, lo assume come parte stessa dell’esperienza che descrive. Chi cerca una teoria coerente e applicabile della rêverie troverà poco: Bachelard non argomenta, evoca. Ma chi accetta la sospensione delle categorie tradizionali può scorgere, in queste pagine, un modo non banale di pensare la poesia non come oggetto da analizzare, ma come atto di ascolto.
La sua è, a ben vedere, una poetica non tanto dell’immaginazione, quanto dell’attenzione. Una forma di resistenza lenta a ciò che comprime l’umano nelle sole categorie dell’utile, del funzionale, dell’esplicabile.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla prestazione, Bachelard propone un elogio della passività attenta, della fragilità come valore cognitivo. La rêverie diventa allora anche una postura etica: non fuga dalla realtà, ma altro modo di starvi dentro, stare nel mondo senza aggredirlo.
In definitiva, La poetica della rêverie rappresenta un’eccezione silenziosa nel paesaggio teorico del secolo: non un’ermeneutica dell’immaginario, ma un gesto di fiducia in una forma di conoscenza povera, disarmata, e per questo radicale.
Michele Lupo
Gaston Bachelard
La poetica della rêverie
Traduzione di Giovanna Silvestri Stevan
Dedalo
Collana Memorabili
2025, 224 pagine
17,90 €