Non da oggi l’editore Nottetempo è uno dei più attivi nella proposta di testi che provano a interrogarsi sul vecchio e fuorviante paradigma di un’opposizione fra natura e cultura. Nel recente I diari del lupo è lo scrittore Andrea Cassini a ridiscutere il rapporto fra uomo e altre specie, a ridefinire il concetto stesso di natura.
Il suo è un viaggio, fra diario e argomentazione storico-culturale, sulle tracce di un animale che, dalle nostre parti, ha rischiato l’estinzione e poi fortunatamente conosciuto una rinnovata presenza grazie a politiche di protezione che hanno dimostrato come la sua pericolosità fosse meno drammatica di quanto un immaginario occidentale assai pervasivo (dalle favole per bambini) avesse indotto a credere.

Perché il lupo? Perché è un animale quasi di prossimità alla cosiddetta civiltà – non solo in senso geografico. Per arrivare al bosco appenninico che lo ospita, non lontano dalla sua casa, Cassini attraversa i confini sfrangiati di un territorio che riepiloga i classici elementi del cosiddetto terzo paesaggio, uno spazio ibrido la cui definizione è capitale nell’economia di questo discorso: luoghi abbandonati, incolti, residuali, pensati pigramente come zone di risulta, quasi di non-essere, né funzionali né contemplabili esteticamente.
Questa zona di confine “a ogni stagione cambia forma e significato”, perciò stesso l’idea che pretende di definirla smarrisce certezze e qui invece si prova a rimuovere ingombranti consuetudini ideologiche. Se per la natura occorre rinunciare alla sacralizzazione che vorrebbe preservarla in nome di una sua purezza ancestrale, i segni della civiltà vengono riosservati alla luce di una constatazione decisiva: anche il bosco è un luogo tutt’altro che semplicemente “naturale” – il paradigma di cui si diceva all’inizio si frantuma.
Ora, se la cultura è a suo modo presente anche dove un’abitudine corriva ce la fa ritenere estranea, quel che prova a fare Cassini, dopo aver dichiarato i propri debiti con Gilles Clémente (autore del Manifesto del terzo paesaggio) o con Baptiste Morizot (il cui Sulla pista animale è non casualmente presente nel catalogo dell’editore) è oltrepassare l’approccio teorico.
Lo fa fisicamente “inforestandosi” e facendo esperienza dell’intreccio fra il “selvaggio” richiamato dalla figura del lupo e lo “scafandro di civiltà addosso” da decostruire. Fondamentale diventa la compagnia del cane Bora che lo aiuta a percorrere le tracce disseminate fra spazi liminali, mutevoli e storicamente fraintesi, di presenze interconnesse, transizioni e avvicinamenti fra le specie.
Il cane, animale che più facilmente di un uomo può conservare in sé la domesticità e la memoria del suo contrario, si rivela la via migliore per arrivare al lupo. Da un transito a un altro, il lupo, con cui il cane è imparentato lasciando però all’altro il gravame dell’umana inquietudine cui una dannazione piena di terrore lo ha condannato in secoli di storia, appare, come nelle tradizioni di certi popoli, d’Amazzonia per esempio, o fra i nativi del nord America, “un filosofo attivo, un’eminenza in materia di vita e di morte”.
Fino a quando l’attività umana era stata solamente agricola, il lupo non era considerato un nemico dell’uomo; le cose sono mutate successivamente: l’immaginario a un certo momento si rovescia e l’animale che “si muove perfettamente nel tramonto delle cose”, “il ponte diplomatico” fra il selvaggio e noi, diventa il pericolo maggiore, l’oscuro, tenebroso avversario che uccide e terrorizza noi e i nostri allevamenti.
In questa mutevolezza storica (e geografica, perché la serie si distingue alle varie latitudini) il lupo (ricordiamo il licantropo, l’uomo che lo diventa) resta l’incarnazione del nostro inconscio.
Non è questione di riesumare il pigro, infantile romanticismo sotto il quale si cela la violenza del dominus che si consola con l’idillio temporaneo di un hortus conclusus. Nello spazio aperto, nell’essere materia interconnessa di natura-cultura, si danno sia interazioni che conflitti: qui il lupo tiene le redini del nostro inconscio, del rimosso, e sta come una star nella musica del bosco.
Scrive Cassini che essa non è pacifica o armoniosa, assomiglia piuttosto al black metal, a un frastuono rumoroso, ricco di echi e risonanze, cui la ferocia è tutt’altro che estranea – oddio, ci sarebbero rumorismi più affascinanti in giro, ma ognuno si sceglie le proprie similitudini.
Quel che conta è registrare come la vita pulsi nella sospensione apparente in cui slittiamo fra il comfort delle nostre abitazioni e la zona oscura della bestia che ci impaurisce, nei paesaggi apparentemente desolanti, negli squarci dei resti, degli scarti ospiti di organismi di varia natura che punteggiano una trama senza fine. Di cui noi siamo parte.
Michele Lupo
Andrea Cassini
I diari del lupo
Nottetempo
2025, 204 pagine
17,90 €