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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Atti umani” della Premio Nobel Han Kang

8 Dicembre 2024

Recensione di “Atti umani” della Premio Nobel Han Kang

Atti umani (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi) di Han Kang, Premio Nobel per la letteratura 2024, inizia quando l’esercito lascia la città di Gwangju, in Corea del Sud, dopo la repressione di una manifestazione di massa. Siamo nel maggio del 1980. Mentre le milizie civili, guidate da studenti e ragazzi delle scuole, elaborano piani per difendere la città da ulteriori carneficine, le persone vagano per le strade alla ricerca di dispersi e morti.

Dong-ho, uno studente delle scuole medie, è alla ricerca del suo amico Jeong-dae, non essendo stato in grado di recuperarne il corpo, dopo che il suo amico è stato ucciso a colpi di arma da fuoco in pieno giorno. Nonostante la giovane età, Dong-ho si ritrova ad aiutare e a organizzare la disposizione dei morti, prendendo nota dei dettagli e associando numeri alle vittime non identificate della crudeltà dell’esercito.

Con il giorno che volge al termine e il timore per il ritorno dell’esercito, tutti coloro che circondano Dong-ho (la studentessa delle superiori Eun-sook, lo studente universitario Seon-ju, l’organizzatore della milizia Jin-su e la stessa madre di Dong-ho) lo esortano a tornare a casa.

Purtroppo, nessuno di loro riesce a farlo desistere dalla decisione che ha preso, una decisione che lo vedrà morire prima che la sua vita abbia davvero inizio. Ma, questa è solo una parte della storia. Presto vengono raccontati altri momenti del massacro da coloro che sono sopravvissuti. 

Il massacro di Gwangju è una storia di cui si è parlato poco. Le interpretazioni degli storici sono ancora controverse.

Han Kang, Atti umani, Adelphi

Han Kang divide il romanzo in sette parti, nelle quali esamina come le persone reagiscono in momenti difficili e come eventi, come quelli raccontati, devastano il futuro di ognuno. La scrittrice sudcoreana sostiene che il suo interesse, nello scrivere questa storia, era quello di rappresentare come le persone si comportano in momenti difficili, da qui viene la scelta del titolo: Human Acts. Atti umani in italiano.

Quando gli uomini si riuniscono e condividono qualcosa, sembrano formare un solo, unico corpo con un «cuore, e si rattoppano le ferite da cui era sgorgato il sangue». Si giunge a un nuovo tipo di umanità, quella che sa la concordia e sa vivere la pace.

Purtroppo, però, la vita è fatta anche di oscurità e di volontà di fare del male. Così Atti umani mostra come il comportamento degli uomini possa anche disgustare e inorridire. Mentre le persone a Gwangju cercano di aiutare i feriti, molti di loro vengono uccisi dai cecchini.

I bambini, che si arrendono alle truppe governative, vengono uccisi a sangue freddo. I soldati, quando tornano per una seconda spedizione punitiva, picchiano donne e bambini, senza pietà. Questo perché ogni soldato deve eseguire gli ordini stabiliti dal «presidente Park Chung-hee in persona, un generale dell’esercito che ha preso il potere tramite un colpo di stato militare».

Le percosse alle donne, simpatizzanti dei rossi, sono inconcepibili nella cultura coreana. Le donne, che le subiscono, sono quasi più scioccate dall’aggressione al loro status di giovani donne che dalle percosse stesse.

Dopo aver raccontato la seconda azione punitiva ‒ attraverso la voce di uno dei morti ‒, lo sguardo della scrittrice si sposta verso il futuro, un futuro che, per molti dei personaggi, purtroppo, non c’è.

Eun-sook cinque anni dopo, non si è ripreso dai sette brutali schiaffi in faccia, per informazioni che non possedeva. Poi, la scrittrice dà voce a un prigioniero che descrive la storia delle torture subite e come questo dolore abbia compromesso la sua relazione con Jin-su, la donna a cui era legato.

Anche per Seon-ju non c’è futuro: il ricordo del passato guida la sua esistenza. Seon-ju ricorda anche la lenta morte di altri uomini e donne delusi dalla società coreana. Infine, c’è storia della madre di Dong-ho, che è ancora tormentata dal passato, perché non è riuscita a dimenticare e a perdonare. 

Le loro vite sono distrutte e spezzate. Emotivamente ognuno di loro si è chiuso, le loro relazioni fallite sono il risultato dell’incapacità di sopportare i soprusi dei soldati. Il ricordo del corpo è più forte di quello della mente. E li ha spinti a non fare altro che ricordare. A non fidarsi più del prossimo. Il corpo, sembra dire Han Kang, è memoria, una memoria più profonda di quello che si crede.

Per questo alcuni hanno sperato di migliorare le loro vite con lo studio, ma le università sono controllate dal regime, e se ne sono andati. Per altri non c’è stata altra scelta che isolarsi. Alcuni hanno, anche, tentato di non pensare al passato, immergendosi nel lavoro. Ma si tratta sempre di lavori precari. Perché sono stati inseriti nella lista dei dissidenti. E così sono bloccati, per sempre, in lavori senza futuro, braccati da un posto all’altro. Il dolore li rende incapaci di essere empatici. Chiusi come delle monadi. 

A unire le sette parti del romanzo, c’è la vita di Dong-ho (che è rappresentato dalla foto della scuola che la scrittrice vede nella sezione finale del romanzo). La sua storia fa da collante a tutte le altre. 

Per Han Kang, Human Acts è un’opera piuttosto personale e nella parte finale della storia, in cui la scrittrice torna a Gwangju, il confine tra finzione e vita reale è, nella migliore delle ipotesi, leggermente sfumato.

Han Kang è originaria di Gwangju, anche se si è trasferita a Seul da bambina. Ma il ricordo di quel massacro deve essere stato un ricordo indelebile. Il ritorno della scrittrice a Gwangju avviene nel 2013, quando Park Geun-hye, figlia del dittatore che ha avviato la serie di repressioni culminate nella rivolta di Gwangju, diventa il nuovo presidente della Corea del Sud.

Claudio Cherin

Han Kang
Atti umani
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra
Adelphi
Collana Fabula
2017, 205 pagine
19 €

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