Ci sono storie che sembrano pensate da Borges. Diciamo storie perché sono libri e vite insieme – vite eccentriche nella cui trama accade anche che si scriva un libro, e che il libro sia così allucinato da far pensare a uno scherzo. Vite che sono in sé dei perfetti marchingegni letterari – borgesiane appunto. Se non fosse che – lo diremo alla fine.
A tutto questo abbiamo pensato a ridosso della lettura di Io?, romanzo di Peter Flamm che fa la sua prima apparizione in italiano (da Adelphi, la traduzione dal tedesco è di Margherita Belardetti e la nota di supporto di Manfred Posani Löwenstein).

L’opera, anomala e straniante, uscì nel 1926 e il nome vero dell’autore era Erich Mosse. Nella scelta dello pseudonimo ebbe un ruolo il multiverso di una personalità complessa: l’interesse per la letteratura si accompagnò a un altro mestiere, quello di medico della psiche.
Segnatamente Mosse (Flamm) lavorò come psicoanalista e psichiatra, prima a Berlino, dove si occupò soprattutto dei reduci di guerra alternando l’attività con la pratica letteraria (non memorabile, pare, fatta eccezione per questo libro) e successivamente a New York, dove il regime nazista lo costrinse a fuggire (ebbe in cura, fra gli altri, William Faulkner, e vi conobbe Thomas Mann, Chaplin, Einstein).
Il libro adelphiano ha il suo centro impossibile laddove ogni centro è sparito: nella mente devastata di un reduce che non sa più bene chi sia, che in seguito a uno shock innominabile e indecidibile esploso nell’ultimo giorno di guerra (siamo a Verdun, 1918), disloca sé stesso in un altrove, in un corpo altrui, semplicemente appropriandosi dei documenti d’identità di un commilitone morto.
Come il Mattia Pascal che tutti conoscono, ma involontariamente, l’uomo orienta la propria vita di colpo in un’altra direzione, quella di un medico (un chirurgo, non proprio lo stesso mestiere dell’autore empirico ma la prossimità professionale è un elemento ulteriore dei labirintici incroci fra vita e letteratura).
Per un po’ nella nuova famiglia (che crede la propria) sembra andare tutto bene, a parte il cane, che non lo riconosce. Ma dura poco, la memoria fa brutti scherzi di suo, figuriamoci se andiamo a pescarla altrove. La storia è scritta in prima persona, se solo sapessimo chi è questa persona; non siamo sicuri di capire chi parla, quando il narratore confessa al giudice un omicidio di cui è accusato eppure nello stesso tempo nega a tutta forza: un impostore? un soggetto dal cervello a brandelli? ciò che leggiamo è la storia di un caso clinico? Egli stesso non riconosce la sua lingua, non sa se sta parlando con quella, usurpata, di un altro.
Verrebbe da pensare a Pirandello, o a un classico narratore inattendibile, tipologia assai consueta nella storia del romanzo. In realtà diamo delle coordinate novecentesche perché Io? è un libro del secolo scorso, ma occorre un’avvertenza importante: rispetto al canone modernista di un secolo fa, Io? è un’opera più intensamente drammatica e sinistra, la cui scaturigine sembra più dentro il trauma della Grande Guerra che in un’astratta, intellettualistica cogitazione sulla crisi del soggetto e via di seguito, a piacere dalle memorie scolastiche.
La violenza espressionista, il passo nervoso, la punteggiatura imprevedibile, tutto concorre a orientarci verso una zona inconoscibile, il campo di un trauma probabilmente, di cui il linguaggio prova ad afferrare frammenti, si perde, devia verso altri sentieri poi torna, come se quello che lì accade fosse il frutto avvelenato di uno stato di trance, non mediabile dalle categorie logico-linguistiche che ci consentono di organizzare la nostra vita e la percezione del mondo.
Così torniamo all’incipit dell’articolo: l’enigma resta tale sino alla fine ma non è un gioco, tantomeno borgesiano (anche se un personaggio del libro si chiama proprio Borges): l’umore è nero, lo sfondo tetro e tragico della guerra è plasticamente piallato sul tono del racconto, la frasi si allungano ipotatticamente come governate dall’ansia, dal terrore di non afferrare il filo del vissuto (dell’immaginato?).
Quella narrata da Flamm è una storia che va vista dentro la Weimar che non finiva di tremare, il lascito di un’umanità in frantumi, incapace di trovare una cura adeguata alle ferite della guerra e che si avvicinava, invece, irrazionale com’è la storia umana, a un’altra catastrofe.
Michele Lupo
Peter Flamm
Io?
Traduzione di Margherita Belardetti
Con una Nota di Manfred Posani Löwenstein
Adelphi
Collana Biblioteca Adelphi
2024, 143 pagine
18 €