Confesso che fino all’ultimo sono stato incerto se parlare di Le Samuraï o de Le cercle rouge (sono i titoli in originale di Frank Costello faccia d’angelo e I senza nome). Il primo considerato il capolavoro di Jean-Pierre Melville e il secondo, quello che gli ha fruttato il successo commerciale e della critica. Secondo me, a parte la trama, le due pellicole si somigliano molto: entrambe mettono in rilievo le idee del regista francese su come debba essere girato un film.
Un bel tipo, questo Melville. La cronaca ci racconta che fosse un personaggio scontroso, solitario, intransigente e che, quando era sul set, controllava tutto, dalla recitazione alle riprese, al montaggio.
«Se mi domandassero: “Che cosa preferite fare: la produzione, la regia, la sceneggiatura, l’attore, la direzione della fotografia?”, non saprei rispondere. Io amo tutto ciò nel suo insieme, è indivisibile. Il mio grande sogno sarebbe quello di fare un giorno anche la musica di un mio film.»

Melville nasce a Parigi nel 1917 e muore sempre nella capitale francese nel 1973. Il suo vero nome è Jean-Pierre Grumbach, ma la sua infatuazione per la cultura americana lo spinge a cambiare nome.
«Ho a lungo esitato prima di scegliermi un nome: Poe? Melville? Mi sono deciso per il secondo nome non a causa di una fonetica più gradevole, ma perché sentivo l’universo di Melville più vicino di quanto mi fosse quello di Poe. Ma ciò che mi affascinava segretamente era che Bartleby sembra scritto da Poe e Pym da Melville.»
Dopo diversi tentativi a vuoto per entrare nel mondo del cinema, nel 1946 decide di finanziare di tasca propria i suoi lavori, fondando una casa di produzione.
Nel 1949 adatta un testo di Vercors (Il silenzio del mare), usando mezzi ridottissimi, girando in casa e senza neppure detenere i diritti del libro. Oltre alla fedeltà al testo, il film si distingue anche per la fotografia di Henri Decaë, che resterà in seguito il più fedele collaboratore di Melville.
Il regista francese in 25 anni di carriera realizza 13 lungometraggi, quasi sempre poco apprezzati dalla critica. Oltre a Frank Costello e a Il silenzio del mare, posso citare Bob il giocatore (1955) e Lo spione (1963).
È considerato il maestro francese del polar e i suoi lavori hanno influenzato registi quali Kitano Takeshi, i fratelli Coen o Jim Jarmusch.
Melville è sempre stato un autore isolato, lontano dalle scuole e dalle correnti cinematografiche, ma – a torto o a ragione – è stato anche considerato il padre della Nouvelle Vague.
Se Jean-Pierre Melville fosse vissuto nel secolo XVI, il cinema sarebbe stato inventato da Leonardo da Vinci. Essendo egli nato nel secolo XX, è stato necessario che ci fossero i fratelli Lumière ad inventarlo.” (Howard Vernon)
Quello che caratterizza i film di Melville è lo stile. Nei suoi lavori il tempo si dilata nel compimento di rituali, le parole risultano superflue e la macchina da presa non compie alcun movimento che non sia essenziale. Tutto è sobrio e scarno. Proprio come succede ne I senza nome (1970).
In questo film, il regista francese parte da Buddha per trasferire sullo schermo la sua filosofia di vita.
«Buddha prese un pezzo di gesso rosso, tracciò un cerchio e disse: “Se è scritto che due uomini, anche se non si conoscono, debbano un giorno incontrarsi, può accadere loro qualsiasi cosa e possono seguire strade diverse, ma al giorno stabilito, ineluttabilmente, essi si ritroveranno in questo cerchio rosso”.» (Incipit del film e anche spiegazione del titolo francese; per quello italiano, vedi nota.)
Ed è proprio quello che accade ai tre protagonisti. L’essenza di un destino inesorabile si ripercuote su di loro senza che ci sia una spiegazione logica: non esiste riscatto né espiazione, ma solamente un ordine supremo che governa le loro esistenze. Sia i due banditi che l’uomo di legge sono classici antieroi, soli e che convivono con i loro fantasmi dell’anima.
Lo stile, come dicevo prima, è molto asciutto: non c’è spazio per nient’altro che non siano inquadrature nette e precise. Anche il tempo segue le indicazioni della regia: accelera o rallenta a seconda dei casi, con movimenti della camera mai superflui.
La fotografia, sempre di Henri Decaë come nei lavori precedenti, è una sorta di bianco e nero a colori, desaturato, ma che non arriva mai al grigio.
Per tutta la durata del film, infine, si respira un senso di disillusione, un’atmosfera di fine opprimente. La pellicola mette insieme, nella sua visione fatalistica, qualcosa della tragedia greca e qualcosa dall’antico codice samurai, il Bushidō.
Dopo la morte di Melville, I senza nome passa nel dimenticatoio per circa un decennio. La rivalutazione arriva all’inizio degli anni Ottanta, prima negli Stati Uniti e poi in Asia.
Note e curiosità
Il titolo italiano si riferisce al fatto che i personaggi si chiamano soltanto per cognome.
Poco settimane dopo la fine delle riprese, morì Bourvil, l’attore che interpretava il ruolo del commissario Mattei.
La versione italiana del film ha una durata di circa trenta minuti inferiore rispetto all’originale.
Non ho trovato troppe curiosità su Melville. Del suo carattere scontroso ho già detto. Posso soltanto aggiungere che durante la lavorazione de Le cercle rouge – nonostante alla fine fosse soddisfatto del risultato – furono frequenti i litigi con Gian Maria Volonté a causa di insanabili differenze caratteriali e politiche.
Infine, per quanto riguarda il modo di lavorare del regista francese, ho scovato un’interessante dichiarazione di Volker Schlöndorff, collaboratore di Melville per alcuni anni. Volker dice che per il maestro esisteva una sorta di sistema: «È proibito riprendere una donna con la macchina più bassa del suo naso; è proibito far partire di corsa un attore se la scena termina lì; non bisogna riprendere in panoramica l’ingresso di un personaggio in un night», e così via.
L S D
I senza nome
- Regia: Jean-Pierre Melville
- Soggetto e sceneggiatura: Jean-Pierre Melville
- Fotografia: Henri Decaë
- Montaggio: Marie-Sophie Dubus, Jean-Pierre Melville
- Interpreti: Alain Delon, Gian Maria Volonté, Yves Montand, Bourvil, François Périer, Paul Crauchet