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Voi siete qui: Biblioteca » “Magnifici Ribelli” e “Le radici del Romanticismo”

8 Gennaio 2024

“Magnifici Ribelli” e “Le radici del Romanticismo”

Abbiamo letto di recente due libri sul Romanticismo, categoria storico-artistica che si porta dietro da sempre la qualifica di movimento spartiacque della contemporaneità. Due libri diversi, entrambi lontani dall’accademia, usciti negli ultimi mesi del 2023.

Uno è un gigantesco racconto brillantemente ambientato nella città di Jena, fucina tedesca di idee e avventure fondative di un gran numero di figure centrali per il nostro discorso. Il titolo è Magnifici Ribelli. I primi romantici e l’invenzione dell’Io, l’autrice è Andrea Wulf, della quale i tipi della LUISS University Press avevano già licenziato un lavoro – di successo planetario – dedicato a Alexander Von Humboldt, (L’invenzione della natura).

Andrea Wulf, Magnifici Ribelli. I primi romantici e l'invenzione dell'Io, LUISS University Press

L’altro rischiò di diventarlo, un volume accademico: si tratta de Le radici del Romanticismo di Isaiah Berlin (Adelphi), il quale preparò una serie di conferenze sul tema senza riuscire a rivederle in vista di un progetto organico – evenienza fortunata a detta del prefatore Henry Hardy perché ne guadagnò la spontaneità e la brillantezza del dettato.

Il lavoro di Wulf è insieme storico e romanzesco, non nel senso che inventi qualcosa, ma perché ha il passo del grande romanzo pur raccontando fatti storici. A Jena, a pochi chilometri da Weimar (la città di Goethe – l’autore del Werther che pure arrivò a dire che “il Romanticismo è una malattia” ma a Jena si trovava benissimo e non poco ne influenzò le vicende), Schiller, Fichte, i fratelli Schlegel, gli Humboldt, Novalis, Schelling, in pochi anni a cavallo tra fine Settecento e i primissimi del secolo successivo dettero uno strappo decisivo alla storia della cultura occidentale.

Le biografie di questi personaggi, ricostruite anche attraverso i concretissimi accidenti della quotidianità, non sempre facile, di stanze anguste e fredde, s’intrecciano fra loro e tengono insieme arte, vita domestica e pensiero, idee e camere da letto, taverne e teorie filosofiche, letteratura e passioni.

Sul Romanticismo Berlin scrisse da diverse parti, sempre con la limpida chiarezza che gli si riconosce, qui con la dovuta insistenza sulla problematicità di una definizione controversa e sulla consapevolezza di dover restituire al lettore-ascoltatore la contraddittorietà di alcune posture di quelli che chiamiamo scrittori romantici, pur individuando costanti ricorrenti a diverse longitudini.

Saldo è però il principio di una centralità tedesca, principio ancor più stringente nel volumone della Wulf che sapientemente riconduce le vicende dei suoi protagonisti a una forza centripeta, quella di una piccola ma vibrante enclave di studi universitari innovativi, di giovani idealisti, viveurs appassionati, scrittori e filosofi intenzionati a cambiare il mondo – e se stessi, soprattutto. Perché, ed è il leitmotiv della scrittrice, mai come a Jena, e nel Romanticismo, l’io decide di prendersi la scena, con le sue passioni, il bisogno di liberà assoluta – diversamente declinata.

Se il malmostoso Fichte risolve la sua filosofia nella lotta fra l’Io e il non-io (tutto il resto), Schelling vede l’Io compenetrato nel tutto in una filosofia della natura che dovette sembrare più affabile anche a Caroline Böhmer-Schlegel-Schelling, protagonista iniziale del libro e poi traccia che a lungo tiene insieme le altre.

Isaiah Berlin, Le radici del Romanticismo, Adelphi

La donna, un’amazzone dalla vita coraggiosa e letteralmente straordinaria, scrittrice e moglie in successione dei tre nomi che avrebbe portato, nonché amante senza pregiudizi, fu una delle figure centrali del cenacolo. Non la sola, peraltro, di una stravagante comunità in cui le vicende amorose e sessuali si spartivano la scena con quelle letterarie e politiche. Per tutti loro, valeva un anelito nuovo verso il futuro, che nel racconto della Wulf mescida eroismo e quotidianità – idee e camere da letto, taverne e teorie filosofiche, letteratura e innamoramenti, liti, gelosie.

In quelle vite tormentate una regola accomunava la maggior parte dei protagonisti: quella di non averne, specie se erano del mondo che volevano lasciarsi alle spalle. Gli appunti quotidiani diventavano poesie, oppure sparivano nei cestini come eruzioni abrupte ma trascurabili come oggi (nel cestino del Mac). Un fervore anche politico, ignaro della futura, drammatica disillusione firmata Napoleone. Prima, nessuna rivoluzione culturale ebbe forse la forza visionaria di quel movimento.

Berlin, com’è ovvio, seppur divagando e aprendo parentesi, lavora più da storico delle idee, ricostruisce il conflitto che separò i romantici dagli illuministi, ne scruta le giunture e le crepe per esempio nella figura di Jean-Jacques Rousseau, ispiratore di Robespierre ma anche alfiere della suggestione primitivista che sarà ancora viva un secolo dopo (in generale, molti sono i punti del contemporaneo che il Romanticismo berliniano potrebbe avocare a sé), del mito dell’autenticità – dell’innocenza, in Schiller -, dell’emozione quale fulcro della personalità etc.; sia per quelli che Berlin definisce moderati, sia per quelli “senza freni” tipo i fratelli Schlegel, Schelling, o il meraviglioso E.T.A. Hoffmann.

All’inizio, per Berlin, c’è Hamann, acerrimo nemico della scienza illuminista, percepita come noi oggi leggiamo il Positivismo. Il Razionalismo per lui era l’antitesi della vita, ostacolo alla libera espansione della volontà, ignaro del valore della bellezza, della necessità del conflitto. La cultura francese era il male assoluto nella sua ossessione nomenclatoria e nelle sue pretese universalistiche, a partire dalla sottovalutazione del tema della lingua, ognuna intraducibile senza che venga perso il suo valore originario – il suo stesso senso, la sua stessa verità.

L’altro nome-matrice per lo storico è Herder, più ancora del primo legato all’appartenenza a una lingua, a un luogo – con tutto quel che segue, in termini di rischi ideologici, tanto che nel Romanticismo possiamo trovare tutto, il massimo anelito alla libertà e la scaturigine del nazionalismo fascista.

Anche nella rivista di Schiller, “Die Horen” (interessanti, vivide, le pagine in cui Wulf ne racconta i travagli), si affaccia il tema di una peculiarità della lingua e della nazione tedesca, su cui poi insisterà Fichte, il filosofo dell’Io, tutt’altro genere rispetto a un Novalis, la cui agognata Cristianità aspirava a tradursi in “una festa dell’amore” lontanissima dal mito crescente – e in seguito ferale – di una superiorità della lingua e della cultura tedesca.

Peraltro, la rivoluzione francese che aveva scosso l’Europa, a Jena fu accolta benissimo. Sia Berlin che Wulf sottolineano l’intensa volontà di liberarsi dalla pastoie del potere, delle convenzioni sociali, il culto della sincerità, la dedizione a un ideale, di scrittori che detestavano il compromesso o lo accettavano obtorto collo. Il paradigma del sentimento appassionato prevale al punto che, racconta Berlin, un Carlyle – certo, enfatico fino al fanatismo – può preferire un Maometto sanguinario al satirico Voltaire che lo irride per attaccare tutte le Chiese.

Ora, la Wulf tiene a precisare, e fa bene, che l’esplosione dell’Io, l’enfasi sul desiderio non va disgiunta dalla responsabilità, consapevole dell’”attrito tra le strabilianti opportunità del libero arbitrio e le trappola dell’egoismo” (e questo sarebbe un tema non da poco, oggi, e diversamente svolgibile, se assumiamo che il ’68 sia stato l’ultimo frutto del Romanticismo, sì, ma anche, seguendo il compianto Mario Perniola e far saltare il banco storico-teorico, l’anticipazione del berlusconismo).

Il tema dell’infinito e l’impossibilità – per definizione – di esaurirlo: di qui la nostalgia (di un passato medievale assai idealizzato in Novalis, per esempio), di una libertà assoluta per l’intera compagine. Resta il sogno di un futuro diverso, che nel racconto della Wulf non contempla solo la temperatura alta della poesia e della filosofia ma s’intrude nell’ordinaria, prosaica quotidianità (“La sfilza di malattie di cui Schiller soffriva – febbri, infezioni, crampi, tosse, emicrania e problemi respiratori – lo avrebbe accompagnato fino alla morte”. Oppure “Novalis si innamorava facilmente e negli ultimi due anni aveva amoreggiato con molte ragazze. Le pagine del suo diario rivelano un uomo alle prese con i suoi istinti carnali, dal momento che registrano puntualmente i momenti di eccitazione sessuale e di masturbazione”; o ancora: “Friedrich Schlegel era un pessimo insegnante – la sua unica motivazione era stato il denaro, ma si era annoiato quasi subito. Due settimane dopo la prima lezione aveva detto al fratello che gli studenti erano «incredibilmente stupidi»”) – un lungo racconto, che consigliamo di leggere con il sottofondo della infinit music di Loscil, in particolare Adrift.

Michele Lupo

  • Andrea Wulf
    Magnifici Ribelli
    I primi romantici e l’invenzione dell’Io

    LUISS University Press
    2023, 505 pagine
    24 €
  • Isaiah Berlin
    Le radici del Romanticismo
    Nuova edizione riveduta e ampliata
    Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti
    A cura di Henry Hardy
    Adelphi
    Collana Saggi. Nuova serie
    2023, 232 pagine
    25 €
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