Tutto qui di Nicola Guarino (edito dalla casa editrice perugina Graphe.it) è un libro composto da otto racconti, che si legge come un romanzo. La famiglia è il fondale sul quale si svolgono tutte le storie. Ogni personaggio, magari in tempi storici diversi, sembra un pezzo di un’unica, grande e (decaduta) famiglia del Sud.
Guarino descrive la famiglia come il luogo della disperazione, di complessi rapporti, in cui il singolo finisce per essere, spesso, schiacciato. C’è un “dentro” e un “fuori” la famiglia. Le vite in questo cerchio trovano un quieto benessere che, a lungo andare, si rivela un inferno esistenziale. Il fuori, neanche a dirlo, è il luogo della perdita di sé e della propria vita.
Basterà pensare a Jeanine, protagonista del racconto La felicità, per capire come la ragazza sia costretta a scegliere tra i suoi sogni e gli obblighi verso famiglia. La scelta, a cui è costretta, la spinge a essere schiacciata dai doveri nei confronti di chi le ha permesso, con i propri soldi, di studiare, con ottimi risultati, all’estero.
O a Timoteo – dell’omonimo racconto finale – che nato in una famiglia che lo costringe a diventare un musicista, spende la propria esistenza perdendo tempo, non riuscendo a concludere nulla. Perché Timoteo non solo ha alcuna vocazione o sensibilità per la musica, ma non riesce a trovare un motivo per andare avanti. Scappato a Parigi, non solo scopre chi è il suo padre naturale, ma si ritrova a vivere per strada, sentendosi per la prima volta libero.

A storie più realistiche se ne aggiungono altre più misteriose e oscure, in cui Guarino dimostra una capacità narrativa importante, ma anche una certa sensibilità. È una scrittura duttile e tesa quella che gli permette di scrivere racconti come Soffitti o Morire, dormire, forse sognare.
Soffitti è una storia dell’assurdo, in cui il protagonista sa fin dall’inizio che morirà («Federico si sedette sul letto, in mutande. E proprio in quel momento ebbe la chiara percezione che quella sarebbe stata la sua ultima notte di vita») e a fine racconto non viene trovato solo il suo cadavere, ma sul soffitto – parabola di una vita soffocante e arida – si proietta un’ombra. Che forse è la sua stessa figura.
In Morire, dormire, forse sognare il protagonista si ritrova in una sorta di “limbo”, dopo un probabile attentato terroristico: lì incontra i suoi genitori, la sorella e altri parenti deceduti prima di lui con i quali può passare il resto della sua “non-vita” o può decidere di risvegliarsi e tornare fra i vivi.
Ne L’amico dei sogni, invece, realtà e sogno si mescolano disorientando a tal punto il protagonista da fargli uccidere un collega rivale con una pistola uscita direttamente dalle sue visioni oniriche – o chissà, comprata proprio per l’occasione e nascosta persino al lettore. Qualcosa insomma che rede il racconto in bilico tra realtà e immaginazione, come accade nel film Miracle – Storia di destini incrociati di Bogdan George Apetri.
Sullo sfondo c’è, poi, Napoli. Una città accennata, sognata, desiderata. Che accoglie è desidera tutto, che tutto fagocita, ma di tutti si prende cura. È nel racconto intitolato Pagine napoletane del Terzo Millennio che la città viene descritta dettagliatamente, come fosse un docufilm in presa diretta. L’io narrante descrive ogni pozzanghera, ogni sampietrino, ogni crepa, dando scorci di strade e di vicoli, fuori dai luoghi più turistici. Come solo una guida ottocentesca della città può fare.
L’io narratore racconta gli oscuri vicoli, la vita gli odori e i sapori. Bellezze e storture, desolazione e misera. Ma è sempre qualcosa di necessario, perché è come se la sua identità e la sua coscienza, la sua trama di essere umano ‒ fatta di muscoli e vene, arterie e tendini ‒ fosse stata generata da quelle strade e da quei viottoli. Da quei muri scorticati, da quegli odori saturi, da quei modi di essere.
L’io di Pagine napoletane del Terzo Millennio non ha filtri, vuole aderire alla realtà, aggrapparsi ad essa. Renderle omaggio. Scomparire in essa. Questi luoghi sono guardati con benevolenza, amore e dedizione. L’io ne racconta i pregi e i difetti come si fa quando si ama veramente qualcosa. Per questo la narrazione si fa vicina a quella di Ermanno Rea, a quella di Marotta, di Prisco, o di Silvio Perrella (quello di quel libro fulmineo, fatto da fotografie e parole, che è Doppio scatto. La città nascosta, del 2015). Autori che se pure non l’autore non ha “interrogato” nella stesura, ha sicuramente sentito “nell’aria”.
Se la famiglia e la città sono i temi principali, la memoria e il Tempo non sono da meno. C’è un rancore che domina le pagine e percorre i personaggi contro lo scorrere del Tempo, come accade al protagonista del primo racconto Tutto qui, in cui un professore di scuola superiore incontra un vecchio amico del fratello, morto da tempo, non può non constatare, suo malgrado, lo scorrere del tempo e la sua illusione.
Gli uomini si ingannano pensando che ci sia, sempre, qualcuno pronto a ricordare, pronto a tenere viva la memoria della famiglia, dei fatti, dei parenti lontani. E, poi, all’improvviso capisce che la morte ha portato via gli ultimi che sapevano. Che raccontavano e a cui si potevano chiedere spiegazioni, di fatti e antenati. E con loro il Tempo viene a chiedere il suo tributo. Spesso nasce l’amarezza anche dalla (leopardiana) perdita delle illusioni, perché ci sono aspettative che il Tempo ha tradito.
La scrittura di Guarino si mostra quindi attenta, elegante e duttile, mai artificiosa. Questo permette lo sviluppo delle trame e rende i racconti avvincenti come quei film che inchiodano lo spettatore alla poltrona fino allo scorrere dei titoli di coda.
NOTA. Nicola Guarino è nato ad Avellino alla fine degli anni Cinquanta; è di «formazione napoletana», come è solito dire, appassionato di cinema e avvocato che, a un certo punto, si è trasferito nella capitale francese, dove insegna all’Università della Sorbona e a Créteil Paris 12 (Université Paris-Est-Créteil-Val-de-Marne, ndr).
Claudio Cherin
Nicola Guarino
Tutto qui
Graphe.it
Collana Logia
2023, 256 pagine
15,90 €