Com’è ovvio che sia, biografi e studiosi del più grande scrittore del Novecento – Marcel Proust, ça va sans dire – hanno dato la caccia a qualsiasi reperto possibile per ampliare l’enorme (proporzionato alla grandezza, in tutti i sensi, della Recherche) repertorio di interpretazioni, congetture, azzardi ermeneutici su vita e opere.
Non si tiene conto qui delle svenevolezze di improbabili associazioni culturali che si trastullano con festicciole e anniversari a base di madeleine che nemmeno immaginano come sarebbero state trattate dal francese – peraltro, successe, è noto a tutti, di scambiarlo per un “dilettante mondano” persino a Gide, che se ne sarebbe vergognato a vita. Non si dirà mettendoci del suo, ma il bambino fragile – d’animo e di salute – che il lettore impara a conoscere dal celebre incipit della Recherche, lo era davvero, sensibile fino all’esasperazione, anche più tardi, stucchevole per i compagni per l’affettazione dei modi e le richieste di attenzione al limite del parossismo, salvato ai loro occhi solo dall’intelligenza fuori dal comune.
Ora, si è fatto a gara per disattendere – giustamente – la speranza di Proust che i posteri avessero a che fare solo con l’opera, fatta e finita, e che abbiano invece pervicacemente cercato tracce nei quaderni, nelle lettere, nei primi abbozzi di scrittura, le avvisaglie di preparazione al grande libro. In Italia, mossa da passione pluriennale, lo fa con acume e visione lucida dell’insieme, la studiosa Eleonora Sparvoli, che al Nostro ha dedicato decenni di lavoro e più di un libro, l’ultimo dei quali, già dal titolo, Marcel Proust, La vita, la scrittura, (l’editore è Carocci), sembra indicare la chiara direzione di una sintesi, densissima, diremmo dell’affaire Proust, intendendo con ciò la singolare sigla di una vita consacrata alla scrittura e da essa riepilogata non quale mero documento autobiografico ma per risolverla in un’avventura insuperabile dell’immaginazione e della conoscenza. Perché poi l’adolescente ebbe presto consapevolezza se non del destino, delle sue attitudini.

Marcel vive i suoi dispiaceri (per lo più amorosi) con intensità (melodrammatica) pari almeno alla certezza, vieppiù crescente, di doverne fare materia di analisi e salvare un giorno vita (in un processo di successive anestetizzazioni e distacchi – da monaco buddista – dal dolore) e, soprattutto, scrittura. Scrittura che favorirà quel processo e, in un certo senso, diventerà quel processo stesso. Marcel, prima assiduo frequentatore del bel mondo sulla rive droit e talvolta di bordelli pian piano inizia a lavorare all’implosione del personaggio e alla demistificazione dei suoi salotti preparando quel cammino ascetico, durissimo, che costituirà l’humus dell’opus magnum.
Prima di chiudersi definitivamente nel palazzo di boulevard Haussmann dove da un certo punto in avanti deciderà di vivere, continua a invaghirsi spesso e volentieri di uomini che non sempre ricambiano le sue attenzioni, o non sino in fondo, alla ricerca di luoghi di villeggiatura adatti alla sua asma (psicosomatica?) e soprattutto di una svolta che lo allontani dal frammentismo manieristico (Proust sarebbe potuto essere un eccellente plagiaro), attraverso una serie di lavori, da I piaceri e i giorni al romanzo Jean Santueil, vari articoli su “Le Figaro”, gli studi su Ruskin e quello polemico contro Saint-Beuve, non come palestre meramente tecniche ma avvicinamenti laterali, avantesti tutti dell’opera capitale – è una delle idee forti del libro.
L’ostinazione, l’inimmaginabile disciplina cui Proust si sottopone per mettere mano al capo d’opera, finirà per farlo vivere nel romanzo, che Sparvoli vede esemplato massimamente nella figura della cattedrale gotica – costruzione poderosa, nella quale però, come nei discorsi giovanili dell’autore, se vengono calmierati l’estetismo o il simbolismo programmatico, un certo gusto impressionista può ancora ingannare il lettore: la superba architettura è velata di ombre, disegnata sul chiaroscuro di un’intricatissima ragnatela, puntellata di segni fuggevoli, mobili che però si richiamano attraverso una serie di corrispondenze non estranei a certa tradizione modernista.
Sparvoli mostra come vita e arte s’intreccino, non nel senso dannunziano ma in quello della scoperta della vita stessa attraverso l’arte; essa le dà forma, anche qui non mero ornato che la renda appetibile ma sostanza della sua verità.
Proust cerca di finire l’opera che gli sfugge dalle mani per il tempo che passa e perché la natura del romanzo basato sulla memoria involontaria fa proliferare temi e situazioni della Recherche verso un infinito potenziale, tenuto dentro un corpo che si espande all’interno dai poli che lo chiudono, dalla scena madre, l’incipit quale chiave per intendere la durezza quasi insostenibile dell’ontologia proustiana, non dissimile dalla negazione totale, leopardiana, della felicità, alla rivelazione del tempo ritrovato, tempo terminale, in tutti i sensi, ma sapienziale – definitivo.
La scrittura rigorosa e appassionata insieme di Sparvoli penetra nell’intima essenza dell’opera proustiana, avendovi aderito nel modo più simpatetico possibile. Lo fa leggendo, si diceva, i lavori propedeutici alla Recherche, consapevole della difficoltà di tenere separate vita e opera per dirimere (compito impossibile) la questione del je che parla, del Marcel empirico e quello letterario.
Inoltre, l’autrice suggerisce al lettore dieci percorsi privilegiati, strutture tematiche assimilabili ai leitmotiv wagneriani (il tempo, va da sé, la memoria, i nomi dei personaggi, Charlus, etc – inevitabilmente, la frase proustiana).
Ma chi è il lettore potenziale di questo libro? Buono per chi poco conosce Proust ma anche per gli appassionati perché costituisce una ricognizione disciplinata (tutta la bibliografia possibile alla mano) ma vibrante del viaggio proustiano verso l’opera forse più alta della modernità.
Michele Lupo
Eleonora Sparvoli
Marcel Proust. La vita, la scrittura
Carocci
Collana Quality paperbacks
2023, 372 pagine
24 €