Missione Premio Strega 2023: 11 di 12.
Il 2024 è alle porte e io, in estremo ritardo, provo a chiudere la mia missione Premio Strega 2023. La mia undicesima e penultima lettura è Il Continente bianco di Andrea Tarabbia (Bollati Boringheri, 2022), che torna in libreria tre anni dopo la vittoria del Premio Campiello con Madrigale senza suono, sempre pubblicato da Bollati Boringheri.
Questa la motivazione di Daria Bignardi, che ha presentato Il Continente bianco al Premio Strega: “È un romanzo forte, elegante, complesso, sul fascino del male ma soprattutto sul fascino della letteratura e dello scrivere. […] È un libro sul Male che fa male non solo per gli ambienti estremi e i personaggi bui e contorti che evoca, anzi, decisamente non per quelli, ma per come una storia scritta tanti anni fa possa rimanere viva, pericolosamente viva, quando a guardarla, a rileggerla, a tornarci dentro, è uno scrittore letterariamente audace come Tarabbia. […] Ho scritto molte volte la parola pericolo, me ne rendo conto, ma è la parola che meglio esprime la sensazione che mi ha lasciato questo romanzo […].”
Come si sarà sentito Andrea Tarabbia leggendo queste parole, lui che a pagina uno del suo libro, nell’introduzione intitolata “Avvertenza. I libri o sono vivi o sono morti” definisce misero il risultato del lavoro? Quale misero! Il risultato è un libro riflessivo, forte, malvagio.

Tarabbia spiega, sempre nell’introduzione, come nasce Il Continente bianco, un romanzo derivato da L’odore del sangue di Goffredo Parise, opera scritta nell’estate del 1979 e pubblicata postuma a cura di Cesare Garboli e Giacomo Magrini (Rizzoli, 1997).
Tarabbia si inserisce negli spazi aperti che Parise ha lasciato ne L’odore del sangue, prendendo ispirazione e andando alla ricerca di quei pezzi complementari utili per scrivere la sua storia. Riscrive la storia di questo libro, che definisce vivo, trasportandola ai giorni nostri e dando voce, nome e volto al personaggio taciuto da Parise, il paziente dello psicanalista.
Incontriamo, così, Andrea Tarabbia, narratore e protagonista, scrittore di mezza età, omonimo del nostro autore, ma altra persona. Sotto casa del suo psichiatra, il dottor P***, Tarabbia incontra Marcello Croce, un giovane uomo dagli occhi magnetici, bello e carismatico. Marcello intrattiene una relazione malata e possessiva con la moglie del dottore, Silvia, una cinquantenne dell’altra borghesia romana.
La fascinazione verso quel ragazzo, di una bellezza insolita e inquietante, porterà Tarabbia all’interno di un cerchio da cui sarà impossibile uscire, fatto di tragici eventi e di estrema violenza. Croce, infatti, è a capo de “Il Continente bianco”, un movimento neofascista di estrema destra, il cui obiettivo è quello di riconquistare il potere e di distruggere, attraverso ogni forma di violenza, tutti coloro che non sono parte del gruppo, che non rientrano in quel noi che è Il Continente bianco.
“E a questo nostro Continente, che è bianco non per via dell’innocenza, ma della purezza […] perché può essere brutale, quando viene associata anziché al candore e all’ingenuità, a certe specificità, a certe esclusività. La purezza mette una linea bianca tra ciò che è nostro e ciò che è altrui, tra ciò che può continuare a vivere e ciò che, invece, può e deve morire”.
Andrea Tarabbia, alla ricerca di risposte ai suoi blocchi e fallimenti e di una storia da raccontare, entra nel gruppo guidato da Marcello Croce, diventando il cronista designato di questo movimento. È sempre presente, non perde i dettagli, non dà giudizi, è testimone e autore di una storia che vuole raccontare e tramandare.
“Ma forse uno racconta la storia di qualcuno perché è un modo come un altro per raccontare la sua.”
E lo scrittore, proprio perché testimone e cercatore di storie, di questa storia soprattutto, deve scrivere il finale, anche quando non è da “e vissero tutti felici e contenti”, anche quando è doloroso e tragico.
“Ho pensato e ripensato molte volte a come scrivere questo capitolo terminale […]. Sono arrivato al punto di desiderare che tutto questo non fosse mai accaduto – al punto di preferire il silenzio […]. Ma io questa storia l’ho cercata, l’ho inseguita per anni dentro e fuori la letteratura, mettendo in a rischio me stesso e gli altri: considero pertanto un mio preciso dovere portarla a termine, qualunque sia il risultato che riuscirò a conseguire.”
Pestaggi, rapine, saccheggi, violenza fisica e morte. Il narratore e protagonista si mette di fronte al male, di cui Marcello Croce è la personificazione, fa i conti con quella parte che non vuole vedere, quella più oscura, capace di esercitare, però, un fascino inspiegabile e irresistibile.
Eccolo lì, il pericolo di cui parla Daria Bignardi nella sua presentazione allo Strega: il fascino del male su Andrea Tarabbia, di carta e reale, sui lettori, sull’intera umanità. Il male esisteva ai tempi de L’odore del sangue, esiste oggi. Come un serpente striscia nel tempo e (in)segue l’uomo, che è stretto in una morsa letale, di entusiasmo e perdizione, razionalità e ferocia.
Il Continente bianco è un romanzo ricercato, nella scrittura e nella narrazione, attuale e complesso (non nego di aver trovato qualche difficoltà nella lettura). È un romanzo vivo, che sfugge e si fa rincorrere – per riprendere le parole di Tarabbia su L’odore del sangue. È il punto di partenza per una riflessione ampia e profonda sulle istituzioni, sulla società, sul nostro Paese, sull’umanità stessa. È uno spazio dove non si trovano risposte, ma si producono domande. Perché siamo affascinati dal male? Perché ne diventiamo complici? Possiamo salvarci dal male?
La risposta mi fa paura, ma è anche la giusta ragione per cui leggere Il Continente bianco.
Ilaria Cattaneo
Andrea Tarabbia
Il Continente bianco
Bollati Boringheri
Collana Varianti
2022, 252 pagine
16 €