L’appuntamento era per le ore 21.00 di venerdì primo dicembre al Pertini di Cinisello Balsamo, una biblioteca – anzi un centro culturale – che è molto di più di una biblioteca, tanto da avere, tra le altre cose, un auditorium che si presta all’occorrenza a trasformarsi in sala teatrale.
Siamo partiti da casa con larghissimo anticipo per goderci un aperitivo prima dello spettacolo La Monaca di Monza, ovviamente da I promessi sposi del Manzoni. Non essendo appassionati di calcio, non avevamo però messo in conto che il nostro percorso prevedeva il passaggio dallo stadio di Monza, dove di lì a poco si sarebbe disputata la partita tra la squadra brianzola e la Juventus (vinta alla fine da quest’ultima grazie a un gol siglato al novantaquattresimo. Parafrasando una celebre sentenza di Boskov: “fine è quando segna Juventus”…).
E qui, tra ansia di arrivare in ritardo e fastidio per veder sfumare la possibilità di un rilassante e gustoso aperitivo, mi è venuta la prima riflessione: come sarebbe l’Italia se invece di ruotare attorno al pallone, girasse attorno alla cultura? Se invece delle code per gli stadi, stessimo tutti (interessati o meno o punto) in fila dietro a quelli che stanno andando a teatro o a un museo?

Comunque ci è andata bene e siamo riusciti a goderci un’oretta di aperitivo, durante il quale abbiamo chiacchierato tra noi di varie cose, tra cui Guido Ceronetti (giusto ieri un lettore – che ringrazio – mi ha contattato per complimentarsi per l’articolo sul libro Per le strade della Vergine).
Ricca di spunti e riflessioni è la Monaca di Monza di Mino Manni e Marta Ossoli, accompagnati dalle note del violino di Silvia Mangiarotti e del violoncello di Francesca Ruffilli (NB: si tratta di una delle cinque versioni che Manni e Ossoli hanno tratto dalla vicenda storica e letteraria della sventurata. Rimando alla recensione di quella vista l’anno scorso al Teatro Giuditta Pasta di Saronno).
Innanzitutto viene da pensare a quanto grande fosse il talento del Manzoni e a quanto poco conosciamo – pur magari pensando il contrario – la sua opera più importante, quel romanzo che ha fatto (e insieme non fatto) l’Italia. L’intensa interpretazione di Manni e Ossoli restituisce a ogni singola parola, a ogni accostamento di termini, a ogni frase e periodo della pagina manzoniana la cura estrema con cui è stata composta.
E così emergono più brillanti le perle del suo stile e della sua ironia. Cito soltanto questa frase: “A sei anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero”. Ecco: nell’espressione ossimorica “vocazione impostale” è concentrata tutta la tragedia di una ragazza, di una famiglia, di un’intera società. E leggere quella storia, vederla rappresentata oggi ci dice quanto poco sia cambiato.

L’ho già scritto in altre occasioni e qui lo ripeto: il “mio” Manzoni è filtrato dalla rilettura di Sciascia. E il recentissimo, seppur breve, soggiorno palermitano ha certamente contribuito a suggerirmi suggestioni, come quel velo con cui si copre Marta che certo fa pensare al chador, ma a me ha richiamato il velo dell’Annunziata di Antonello da Messina, pittore molto amato da Sciascia.
E poi las Meninas di Velázquez: una delle immagini proiettate sullo sfondo a fare da “commento” visivo al racconto della lettera intercettata. E Lode all’inviolato da brividi. E gli sguardi tra Marta Gertrude e Mino principe severo e il “guazzabuglio del cuore umano” e le “bambole vestite da monaca” (a questo proposito rimando alle prime pagine de La funesta docilità di Salvatore Silvano Nigro, pubblicato da Sellerio e all’illustrazione di Gonin per il capitolo IX della Quarantana).

E ancora: pensavo alle pagine del Journal di Matilde Manzoni, come l’ha curato Cesare Garboli per Adelphi. Non si comportò certo come il principe padre, il buon Alessandro, ma avrà senza dubbio avuto modo di rimproverarsi alcuni comportamenti e decisioni nei confronti dell’ultimogenita, morta di tisi nel 1830, lontana dalla famiglia.
Intensa e interessante quanto lo spettacolo è stata poi la chiacchierata – inter nos – con Mino e Marta che ha fatto seguito al vivace sfogo di Manni contro chi improvvisa “spettacoli” sui classici come il Manzoni. La bellezza merita rispetto, cura e passione. Sottoscrivo.
Saul Stucchi