“Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?”, si domandava Bruce Chatwin, lo scrittore-viaggiatore per eccellenza: era affascinato dal miraggio dell’alternativa nomade? L’indocile inquietudine che lo crucciava gli rendeva impossibile una vita stanziale?
Oppure, il suo era un desiderio più semplice, analogo a quello di uno scrittore affatto diverso, Evelyn Waugh, per il quale nel viaggio si trattava di scovare “il barocco, il lusso, la sorpresa; la gastronomia, i vini, gli individui eccentrici, e poi di giorno le grotte, e di sera i ritrovi del malaffare” (Quando viaggiare era un piacere)?
La terza variante è la meno probabile: la psiche di Chatwin avrebbe avocato a sé una marca distintiva assai precisa, non per snobismo ma perché il viaggio per lui a un certo punto diventa la vita stessa.

A una razza diversa, di desideri sì, ma estremi, apparteneva anche Gontran de Poncins, singolare figura di nobile e giornalista francese che nel 1938, dopo diversi altri, impegnativi viaggi, ne intraprese uno nell’Artico, fra gli eschimesi. Ne ricavò dapprima un reportage, che poi sarebbe diventato un gran libro, Kabloona – L’uomo bianco, tradotto ora da Marco Rossari per Adelphi.
Dell’Estremo Nord non si sapeva moltissimo ma abbastanza da potersi immaginare di non ritrovarvi né i piaceri di Waugh, né comfort di alcun genere ma viceversa asprezze al limite delle possibilità umane (se volessimo azzardare una distinzione, oggi più insidiosa che mai, fra il turista e il viaggiatore, potremmo servirci del Calasso de L’innominabile attuale, per il quale “Il turista vuole innanzitutto star comodo”).
Gli inizi in particolare per il visconte sono difatti durissimi, catapultato a ritroso in quella che definisce Età della Pietra. Uno spaziotempo in cui “la vita si svolge all’insegna dell’implacabile”. Il Polo per lo più è grigio, la neve è grigia, cambia di continuo forma e consistenza, basta una piccola voluta di vento e l’Inuit deve rinunciare al riposo. Ogni minima variazione nella tundra lo obbliga ad attrezzarsi: la sua fatica è senza iati, disumana vista dagli umani del Fuori (così il narratore definisce il resto del mondo).
Incastonato nella propria mentalità di europeo agiato, sebbene abituato a esplorare mondi lontani e diversi, in questo caso de Poncins non fa differenza fra la durezza del territorio e quella degli umani che lo abitano. Gli eschimesi sono il popolo più singolare che gli è capitato di conoscere – annota. Gli sembrano soggiacere a una “tetra urgenza, una golosità cupa”. Non può fare a meno, e onestamente non lo nasconde, di esibire i suoi pregiudizi insomma. Impiega settimane non solo per accettare sino in fondo la sfida, ma per trovare la disposizione mentale giusta per conoscerli davvero.
Pian piano, vivendo con loro, mentre ne documenta gesti, azioni, preoccupazioni, e constata come ogni giorno passato nell’Artico sia una “formidabile lezione”, de Poncins mostra di volere assai di più: in quell’ambiente estremo per umani estremi egli si mette alla prova, in una sorta di esplorazione-trasformazione di sé stesso. In questo rovesciamento, il viaggiatore scheggia, strato dopo strato, ogni residuale certezza – non solo su sé stesso, ma sulle possibilità della specie. Tutto ciò ha un prezzo, come in ogni percorso di iniziazione, perché ogni scalino che sale lo distanzia dall’uomo che era, l’uomo del Fuori, scrive, simile a tutti gli altri che degli eschimesi nulla sanno e nulla possono comprendere.
Se da una parte de Poncins lavora dentro questo smottamento interiore, dall’altra, conoscendo meglio i suoi ospiti, non può che registrare lo sfaldarsi di una serie di luoghi comuni. Intanto, scrive, non è vero che la predisposizione alla felicità di una comunità sia agita dai fattori climatici, dal sole, dal Sud: nonostante ambienti privi di vegetazione, immense distese di nulla almeno apparente, ma per loro priva di ostilità, de Poncins, dopo il primo abbaglio, è costretto a verificare come quegli umani all’apparenza “tetri, imbronciati, fisicamente rattrappiti” sono felici come nessun altro popolo mai conosciuto prima.
Gli esemplari – non tutti – in cui s’imbatte sono gioviali, mai stanchi di ridere, felici di trottare da un igloo all’altro – ecco, l’igloo: nel nostro infantile immaginario natalizio li crediamo lindi e immacolati, buoni per la pubblicità dei panettoni, invece sono spesso sporchissimi, maleodoranti, pieni di roba ammucchiata ovunque, cibarie avanzate, pelli e carcasse di volpi, “pezzi di foca e orso polare imbrattati di sangue congelato (…) pezzi di pesce smangiucchiati” e ancora, improbabile utensileria, raschietti e scodelle ricavate nei modi più fantasiosi.
Gli Inuit, che la prima mezzora della giornata la trascorrono scatarrando e sputando per prepararsi alla caccia, di foche e caribù soprattutto, di solito mangiano accompagnandosi con “lunghi rutti cavernosi”. Che non vuol dire infischiarsene dell’apparire “dignitosi” – riservano determinati pudori ad altro.
Ritualità ed estetica altre, poco compatibili con l’uomo del Fuori, specie se europeo colto ed educato a raffinati galatei, non impediscono al nostro visconte di osservare una società che ha i suoi codici come qualsiasi altra – una società “quasi comunista”, la definisce più volte, quella di una popolazione del tutto indifferente – strutturalmente estranea – al concetto di proprietà. E al possesso dell’altro.
Kabloona, l’uomo bianco, vede con i propri occhi come nello stesso igloo le coppie di Inuit si scambino mogli e mariti. “Perché no?” si sentì dire un giorno. “Una moglie mica si consuma. Quando la mia ritorna da me è sempre buona come prima”. Né la loro idea di giustizia può confondersi con quella dell’uomo bianco.
Ora, molti lettori sapranno degli odierni problemi che affliggono queste popolazioni, raggiunte anch’esse dall’espansione occidentale che le stanno sradicando da una cultura ancestrale; al caro prezzo di un numero elevato di alcolisti e suicidi.
Il libro, del cui fascino sono parte integrante la narrazione sempre stretta sull’esperienza concreta – nessuna vaghezza impressionistica, per fortuna – nonché i disegni e le fotografie dello stesso de Poncins, ci dà anche la misura di cosa si stia perdendo nelle regioni più settentrionali del pianeta.
Michele Lupo
Gontran de Poncins
Kabloona. L’uomo bianco
Traduzione di Marco Rossari
Adelphi
Collana Biblioteca Adelphi
2023, 332 pagine
24 €