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Voi siete qui: Teatro & Cinema » “Psycho”: quando Gus Van Sant ha fatto Hitchcock

31 Ottobre 2023

“Psycho”: quando Gus Van Sant ha fatto Hitchcock

Nella recensione precedente dicevo che avrei spiegato perché fra tanti titoli di sir Alfred, avessi scelto proprio Psycho. Ecco svelato il mistero: perché tra i tanti che hanno omaggiato o parodiato Hitchcock, Gus Van Sant ha compiuto un’operazione ulteriore: ha in pratica ripetuto il film originale scena per scena, con le stesse battute e le stesse inquadrature (remake shot for shot).

Naturalmente è questa l’occasione anche per parlare di un autore (Gus Van Sant) che, a mio modesto parere, ha girato diverse pellicole interessanti.

Ma torniamo a Psycho. Ho appena scritto che il film del 1998 è una copia perfetta dell’opera del 1960. Naturalmente non è vero in assoluto. In primis perché gli attori sono, per ovvi motivi, altri e poi anche perché Gus utilizza il colore anziché restare fedele al bianco e nero originario. Spulciando nel web, ho trovato pure qualche altra differenza, ma l’idea di rifare Psycho rimane fondante. Allora, la domanda: perché?

Vince Vaughn in una scena di "Psycho" di Gus Van Sant (1998)

La risposta della critica (e anche del pubblico nelle sale) è stata per la maggior parte negativa: il film è stato etichettato come un lavoro inutile e sconclusionato. Tra le poche voci a favore, mi piace evidenziare quanti hanno voluto vedere nella pellicola un’operazione postmoderna, vale a dire l’unica soluzione possibile in un’epoca di crisi del visibile, una riflessione provocatoria sullo stato dell’arte filmica.

D’altro canto lo stesso Van Sant non ha mai considerato il suo prodotto come un remake del film originale: “Il nostro Psycho ha mostrato che non puoi davvero appropriarti [dell’arte di un altro]. Oppure puoi, ma non sarà mai la stessa opera.”

Durante la lavorazione Gus Van Sant portava sempre con sé il DVD del film originale per usarlo come riferimento. Quando ad esempio si trovò di fronte a un errore (una porta che veniva aperta senza l’utilizzo di una chiave), decise di mantenerlo anche nel suo remake.

Più su dicevo che Psycho del 1998 è a colori, anche perché l’azione è spostata a quasi trent’anni dopo: così i 40.000 dollari dell’originale diventano 400.000, alcune scene con Van Sant diventano più esplicite e ci sono altre piccole curiosità che evidenzio in nota.

L’ultima cosa che mi piace comunque ricordare è che Hitchcock aveva in programma uno zoom panoramico iniziale che, partendo dall’alto della città arrivasse fino alla stanza di Marion. A causa dei limiti tecnici dell’epoca, non poté realizzarlo: Van Sant, invece, ha portato a compimento l’idea di sir Alfred.

Riprendendo quanto scrivevo prima, oltre che dai critici, Psycho di Gus venne disertato anche dal pubblico: costo di 60 milioni di dollari, incasso, nel mondo, di poco più della metà.

Gus Van Sant

E ora, quel geniaccio di Van Sant. Eh, sì, perché al di là della battuta (Van Sant ha girato Will Hunting – Genio ribelle), il nostro ha saputo barcamenarsi tra arti diverse (pittore, fotografo, musicista, oltre che regista, attore, sceneggiatore e montatore), ma – soprattutto – è stato capace di passare dal cinema indipendente a quello delle Majors e viceversa.

Ha iniziato la sua carriera nel cinema dopo aver frequentato la Rhode Island School of Design ed essere entrato nel gruppo di lavoro di Roger Corman. Le sue prime opere – indipendenti – sono state Drugstore Cowboy (1989), Belli e dannati (1991) e Cowgirl – Il nuovo sesso (1993). Già da questi primi lavori, emergono i temi principali del suo cinema: il taglio semidocumentaristico, lo stile visionario, la ribellione e l’omosessualità.

A me piace il sistema che si usa in Italia, amo il doppiaggio. Lo trovo una forma espressiva.” (Gus Van Sant)

Dal 1995 si trasferisce a Hollywood e realizza alcune pellicole notevoli: Will Hunting (1997), Elephant (2003), Paranoid Park (2007) e Milk (2009).

Mi soffermo solo su Elephant, uno dei miei film preferiti e vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes. La vicenda, reale, è una strage compiuta in un liceo di Portland. In un crescendo di violenza repressa, Van Sant ci conduce al tragico finale, riuscendo a cogliere il lato più oscuro dell’adolescenza. Il film, in gran parte ambientato all’interno della scuola, quasi fosse un documentario, porta lo spettatore a comprendere il profondo disagio della nostra civiltà, con particolare attenzione al mondo giovanile.

Uno dei segreti per lavorare bene, l’ho imparato dall’esperienza con i non professionisti: devi spiegare tutto, parlare con le persone, non far sembrare il set lo studio di un dentista.” (Gus Van Sant)

Gus Van Sant, classe 1952, apertamente gay, secondo la rivista Out è tra i primi cinquanta omosessuali dichiarati più potenti d’America.

A volte vorrei non averti mai incontrato, perché allora potevo andare a dormire la notte senza sapere che c’era qualcuno come te là fuori.” (Gus Van Sant)

Note e osservazioni

A proposito di remake, è curioso che anche Hitchcock abbia fatto una seconda volta un suo film: si tratta di The Man Who Knew Too Much (1934 e 1956).

E come Hitch, anche Gus Van Sant fa la sua capatina nel film, proprio quando nel primo Psycho la faceva il regista inglese (per inciso, quando Marion sta entrando nel suo posto di lavoro).

La location: la casa utilizzata da Van Sant si trova di fronte a quella originale: volendo essere pignoli, in questa versione la casa è in una posizione leggermente diversa.

La figlia unica di Hitchcock, Patricia, è stata contattata da Gus per assisterlo durante le riprese. Ha accettato di essere al suo fianco e – alla fine della lavorazione – ha dichiarato che suo padre (grande amante dei remake) sarebbe stato lusingato di vedere una ritrasposizione del suo film adattata ai tempi moderni.

Chiudo con una curiosità difficile da notare. Pur restando (quasi) sempre fedele alla pellicola del 1960, Gus Van Sant ha voluto inserire delle immagini subliminali nella sua versione. Quando Marion viene uccisa, compaiono per pochi istanti immagini di una tempesta; quando viene ucciso Arbogast, prima una donna nuda con una maschera e poi un vitello in mezzo a una strada; nell’ultimo fotogramma del film, per un tempo brevissimo, arriva persino il volto di Anthony Perkins (il protagonista del 1960).

L S D

Psycho (1998)

  • Regia: Gus Van Sant
  • Soggetto: Robert Bloch
  • Sceneggiatura: Joseph Stefano
  • Interpreti: Vince Vaughn, Anne Heche, Julianne Moore, Viggo Mortensen, William H. Macy, Robert Forster, Philip Baker Hall
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