Sarà nelle sale cinematografiche italiane soltanto nei giorni del 2, 3 e 4 ottobre 2023 il docufilm Vermeer. The Greatest Exhibition diretto da David Bickerstaff (come sempre, l’elenco delle sale è disponibile sul sito di Nexo Digital, distributore esclusivo per l’Italia).
Il lungometraggio è imperdibile per tutti quelli che non hanno avuto l’occasione di visitare la mostra allestita al Rijksmuseum di Amsterdam dal 10 febbraio al 4 giugno. Con oltre 650 mila visitatori è stata l’esposizione di maggior successo tra quelle organizzate dal museo olandese. Naturalmente anche chi ha avuto la fortuna di andarci potrà trarne piacere, vista la qualità del prodotto.

La visione diretta delle opere è insostituibile, tuttavia questa visita “virtuale” ha il vantaggio – tutt’altro che trascurabile – di mostrare le opere del pittore in tutta la loro bellezza senza l’ostacolo della folla. Ci sono poi approfondimenti su diversi aspetti tecnici della sua arte pittorica, resi possibili dalle ricerche effettuate dalla strumentazione tecnologica più avanzata. Per esempio è emerso che nella Stradina di Delft l’artista ha modificato la posizione della donna seduta sulla soglia e ha aggiunto all’ultimo momento l’imposta rossa alla sua destra.
Se dovessi descrivere con una sola parola il docufilm Vermeer. The Greatest Exhibition, sceglierei senza esitazione “pacatezza”. Tutto è misurato e rappresentato senza clamore, proprio come nell’arte di Vermeer, estranea allo schiamazzo visivo. Nella versione originale le guide d’eccezione – dal direttore dello stesso Rijksmuseum Taco Dibbits alla critica d’arte Rachel Campbell-Johnston – hanno anch’esse un tono molto quieto che nella versione italiana si è scelto di rendere più “caldo”, ma senza esagerazione. All’atmosfera di tranquillo raccoglimento, la stessa che si respira nelle opere del pittore di Delft, contribuisce anche la musica originale, composta da Asa Bennett.
Nei novanta minuti del documentario viene presentata la galleria d’opere di Vermeer, dalle opere considerate giovanili ai capolavori assoluti, quelli celebri in tutto il mondo, riprodotti migliaia di volte su copertine di libri, cartoline e quant’altro.
Soltanto cinque sulla quarantina di quadri conservati possono essere datati con sicurezza, tra cui Il geografo del 1669 e L’astronomo, realizzato un anno prima. Vermeer ne dipingeva in media due o tre all’anno. Della carrellata menzioniamo almeno La merlettaia, opera conservata al Louvre; Fanciulla con cappello rosso, prestata dalla National Gallery of Art di Washington insieme a Fanciulla con flauto. La Ragazza col turbante, tesoro del Mauritshuis de L’Aia, ovvero Ragazza con l’orecchino di perla, come ora è più nota, compare a due terzi del film. Ci sono poi Giovane donna in piedi alla spinetta, dalla National Gallery di Londra che in mostra aveva accanto Giovane donna seduta al virginale, prestato da un collezionista privato di New York.
Gli esperti chiamati a raccontarci i segreti dell’arte di Vermeer si soffermano sulla sua ossessione per la luce, tanto da meritarsi la definizione di “Maestro della luce” piuttosto che di “maestro del colore”, la vicinanza con i gesuiti, allora impegnati in approfonditi studi sull’ottica e sulla luce (all’ottica era interessato anche il contemporaneo Spinoza), ma anche a vivere la fede nella vita quotidiana, secondo l’esercizio spirituale della contemplazione immaginativa che consiste nell’immaginare se stessi con tutti i sensi.

E poi lo sforzo per catturare il tempo, l’impegno a ricavare piacere dalla pittura, la maniacalità nel disporre i dettagli nelle sue composizioni di cui ammiriamo la teatralità, appunto, misurata e pacata ma proprio per questo ancora più efficace e penetrante. Al mondo interiore della stanza si aggiungono quelli della figura ritratta e dello spettatore. “Vermeer ci trascina sempre più a fondo nel mondo interno, durante il corso di questa mostra”, dice infatti Rachel Campbell-Johnston.
Di capolavoro in capolavoro restiamo meravigliati dalla ricchezza di variazioni sul tema della donna alla finestra, per non parlare della presenza quasi ossessiva di quadri alle pareti e altre raffigurazioni, come la mappa che rimanda alle esplorazioni olandesi nella tela Soldato con ragazza sorridente, della Frick Collection di New York, o la variopinta tenda che fa da sipario nell’Allegoria della fede del Metropolitan Museum of Art. Sono veri e propri quadri nei quadri.
Nel docufilm non viene mai citato, ma per godere appieno della bellezza delle opere di Vermeer bisogna aver letto Proust. L’ho compreso quest’anno, durante il quale sto affrontando la Recherche un tot di pagine al giorno, in modo da completare la lettura dei sette volumi in dodici mesi.
Saul Stucchi
Vermeer. The Greatest Exhibition
2, 3 e 4 ottobre 2023
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