Un buon modo – per chi ne soffrisse – per temperare la nostalgia del mare, delle spiagge da poco abbandonate, è leggersi l’ultimo libro di Alan Pauls (magnifico scrittore argentino), La vita a piedi nudi, pubblicato da noi dalle edizioni SUR (traduzione di Maria Nicola).
Poiché la nostalgia è interessante solo quando si trasforma in qualcos’altro, Pauls può essere lo scrittore ideale. Perché la spiaggia come ce la descrive e racconta Pauls attraversa una congerie di aspettative e narrazioni nello stesso tempo in cui ne acuisce la luminosa vertigine bianca che aspira all’assoluto sovratemporale.

Naturalmente, è fuori da ogni interesse la terribile contingenza degli ultimi decenni in cui le spiagge risultano essere più rumorose del GRA – il racconto-saggio di Pauls parte da Cabo Polonio, Uruguay, un villaggio remoto e privo di elettricità che egli descrive come un luogo “privo di immagini, in cui è possibile sognare a lungo e intensamente per compensare l’assenza di cinema, tv, computer”).
È uno spazio che favorisce la mitopoiesi, al pari del deserto – l’immaginazione si mette al lavoro grazie al niente che la circonda. La spiaggia, anche laddove è stata sventrata dall’edilizia, dal delirio vacanziero, dall’oltranza turistica, agli occhi di Pauls resiste per quello che evoca: “le tracce di quello che il mondo era prima che la mano dell’uomo decidesse di riscriverlo (…), di un’età primitiva, anteriore alla storia, ma anche i tratti di uno scenario postumo, di una catastrofe naturale (…) paesaggio di resti e frammenti microscopici”.
Nella nudità della spiaggia “è tutto esposto, esplicito”. Questo il suo fascino. Che non viene intaccato dalla consapevolezza che signora mia, le spiagge non sono più quelle di una volta ma nemmeno dall’ovvia considerazione per cui il nucleo dei vaneggiamenti legati a un luogo come la spiaggia è, va da sé, tutto culturale – a partire da quello erotico.
Qui abbiamo un esempio del lavoro di Pauls, quando cioè il libro assume meglio la sua fisionomia più riconoscibile di personal essay: se il cinema molto ha contribuito a una certa mitologia dell’erotismo da spiaggia, appunto (si pensi all’hype di un fotogramma quale il bacio nella risacca fra Deborah Kerr e Burt Lancaster nel film di Fred Zinnemann Da qui all’eternità), Pauls al riguardo si mostra assai scettico.
L’animale urbano che è in lui vede correttamente come un cinema come quello di Rohmer, per esempio in film quali Pauline alla spiaggia, o Il raggio verde, funzioni assai meglio, perché lì ciò che conta è la costellazione di movimenti intorno, nei pressi della spiaggia, luogo da attraversare per catalizzare i riverberi dei movimenti dei personaggi, delle loro inquietudini più che la spiaggia-natura in sé.
In un libro all’apparenza minore rispetto a opere quali Storia dei capelli, Storia del pianto e Storia del denaro, la scrittura di Pauls offre lo stesso, abbacinante piacere: che sta in una sorta di esperienza ipnotica. Non si intende qui nel senso vulgato e assai posticcio della storia irresistibile, della trama tutta colpi di scena che vuoi vedere come va a finire, etc – a chi scrive delle trame interessa poco e soprattutto non è la storia per fortuna il primo obiettivo della scrittura del romanziere argentino sebbene i suoi titoli sembrino alludervi di continuo.
È che la scrittura di Pauls si avvolge spiraliforme in periodi lunghissimi e parentetici che a partire da un’idea o da una situazione, si prolungano in esplorazioni che assumono la forma mobile di una quête: uno spunto (nel suo itinerario fra l’autobiografico e la meditazione critica, Pauls qui incontra fra gli altri Proust, Fellini, James Bond) è bastevole per percorrere frammenti di memorie o indagini aggiuntive sul dato (un personaggio, un oggetto, un ricordo) come a indiziare una sovrabbondanza potenzialmente inesauribile del senso: lo spunto, il fatto, la singola frase s’inoltrano fino a lunghi piani-sequenza (rubiamo l’immagine a chi ha giustamente parlato di cinema a proposito della sua scrittura) – se Pauls non ha portato a termine l’ambizione di scrivere un intero libro con una sola lunghissima frase, spesso, e anche in questo più lieve lavoro, ci è andato molto vicino.
Al solito, proustianamente, lo stile è una visione – peraltro l’influenza del più grande scrittore di tutti i tempi è dichiarata (forse questo spiega in parte la lentezza nella produzione di Pauls, pure non esigua: riferiva in un’intervista di tirar fuori un paio di pagine al giorno, e di solito già meticolose al limite della paranoia, vicine alla stesura finale).
Chi non lo avesse mail letto troverebbe comunque in questo libro il carattere proprio dell’arte di Pauls; “La spiaggia – scrive – è il territorio della vacanza, della vaghezza, della disponibilità: stati di potenzialità fragili ma promettenti che conducono agli incontri alle coincidenze alle concatenazioni di cui son fatti i film di Rohmer”.
La spiaggia evoca “traiettorie imprevedibili”, che sono anche quelle della scrittura di Alan Pauls.
Michele Lupo
Alan Pauls
La vita a piedi nudi
Traduzione di Maria Nicola
SUR
2023, 109 pagine
15 €