Più volte su ALIBI Online ci siamo occupati di libri non conosciutissimi ma che solo paragonati ai grandissimi potremmo definire dei classici minori. Come se in questo caso, nell’ambito del primo Novecento americano, pensassimo a Faulkner o a Fitzgerald o a Steinbeck, e dovessimo trovare in un’ipotetica scala di valori un posto adatto a Il ponte di San Luis Rey, romanzo dello scrittore e drammaturgo Thornton Wilder, vincitore del Premio Pulitzer del 1928.
Un libro (l’editore è Sellerio, la traduzione di Maurizio Bartocci) che mostra tratti in comune col cosiddetto New Journalism ma che, come i grandi romanzi, si confronta con i temi più radicali dell’esistenza. «”C’è una direzione e un significato nelle vite al di là della volontà dell’individuo?” Questa è la maggiore indagine filosofica che possiamo intraprendere. È la domanda che ci definisce come esseri umani».

A parlare così del romanzo è stato un altro narratore statunitense, Russell Banks, scomparso di recente. Eppure, l’editore americano a suo tempo non era convintissimo dell’operazione che invece sarebbe risultata vincente e avrebbe fatto da apripista a una certa narrativa in cui il rapporto con il giornalismo – Tom Wolf dixit – «non era meramente accidentale».
Ma nell’opera c’è di più – uno come Alberto Arbasino riteneva Thornton Wilder («il fantasista più cosmopolita») uno dei pochi nomi davvero interessanti del teatro americano. Qui siamo nel romanzo: ma per dire che a popolare lo spazio della scrittura di Wilder era ben altro che il mero racconto di fatti.
L’avvenimento da cui il libro prende spunto è così descritto nell’incipit: «Venerdì 20 luglio 1714, a mezzogiorno, il ponte più bello di tutto il Perù crollò e cinque viandanti precipitarono nell’abisso sottostante». Di lì, invece che industriarsi a scoprire i motivi del tragico incidente, colpe o imperizie dei costruttori, si avvia una sorta di indagine filosofica sul destino, sul caso, sulle eventuali ragioni metafisiche o morali alla base del fatto che a morire siano state proprio quelle cinque persone piuttosto che altre.
A porsi la domanda, che è una domanda, ancorché ingenua, sul senso profondo del nostro stare al mondo, è Fra Ginepro, missionario in Sudamerica, «un piccolo francescano dai rossi capelli» proveniente dall’Italia. Poiché la risposta a quella domanda il francescano già la possiede – è sua convinzione profonda che si tratti di un disegno di Dio – per qualche anno mette in secondo piano la missione originaria di convertire gli indios e impiega tutte le sue forze a indagare la vita di quelle persone per fornire una paradossale, definitiva prova della giustizia divina more geometrico demonstrata.
Attraverso cinque capitoli leggiamo le storie farsesche e drammatiche di Esteban, lo zio Pio, la Marquesa di Montemaryon, la domestica Pepita e il figlio dell’attrice Camila Périchole più meno strettamente legate fra loro. I loro intrecci sono soprattutto amorosi, e gli amori narrati sono spesso torbidi, accaniti, violenti; in essi l’incombenza della morte, della tortura psicologica e della magia più cupa aleggiano con un fascino plumbeo, enigmatico.
Man mano che ne conosciamo i fatti, vi affiora sopra come una ragnatela il fanatismo del frate che deve vedersela con le autorità religiose, infastidite dal suo furore sprezzante di ogni cautela e correttezza dei metodi, conoscendo lui solo quello maniacale e paranoico di chi vuole perseguire i suoi obiettivi a ogni costo, facendo strame però proprio del rigore che a suo avviso avrebbe dovuto rivelare al mondo la bontà della sua intuizione, ossia che alla base della morte delle cinque vittime vi fossero dei peccati da espiare.
L’edificazione puntigliosa di una trama di responsabilità occultate dalla presunta cattiva coscienza dei personaggi si sfaglia maldestramente per far emergere una tanto superba quanto fallimentare teodicea. Di una «vicenda che già possiede la potenza della vita e della morte» (dalla prefazione di Roberto Alajmo), la cui rete è annodata da una serie di fili grotteschi e passionali, lasciamo l’epilogo al lettore.
Michele Lupo
Thornton Wilder
Il ponte di San Luis Rey
Traduzione dall’inglese di Maurizio Bartocci
Nota di Roberto Alajmo
Postfazione di Tappan Wilder
Sellerio
Collana La memoria
2023, 248 pagine
14 €