Elena Loewenthal in All’ombra del ricino (Aboca edizioni, 2023) riflette e scava il presente per trovare in esso quel filo rosso che la unisce a Ben Gurion e, scavando dentro alle storie, la collega alla storia biblica del profeta Giona.
Per riflettere su di sé, sulla storia del popolo israeliano e sulla storia biblica del giovane profeta Giona, la scrittrice ‒ nonché traduttrice dall’ebraico e divulgatrice della cultura ebraica ‒ parte dalla pianta del ricino, una pianta modesta che si trova a vivere ovunque, senza aver bisogno di molto, adattandosi anche in zone poco agevoli o aride.
È un libro breve, ma intenso, All’ombra del ricino. E si percepisce una profonda coscienza di ciò che si è. Della tradizione e della cultura, ma anche della storia del mondo ebraico. E quello che colpisce il lettore è un’umiltà diffusa. Quelle che si leggono sono storie minime, storie (quasi) marginali e ordinarie, come ordinario viene presentato lo stesso Ben Gurion o il profeta Giona, descritto come un ragazzo.

Dello stesso Ben Gurion, infatti, l’autrice dà un’immagine ordinaria: la scrittrice racconta la vita che conduce in un kibbuz, la casa spoglia e non molto diversa dalle altre case ebraiche del paese, la sua passione per la vita semplice, il suo avvicinarsi alla medicina olistica. Insomma, non racconta del Ben Gurion politico, della sua vita nel futuro Israele, dove da polvere, sassi e pietre con i coloni costruisce un mondo florido pieno di vita e di idee.
Così del profeta Giona, non descrive il momento in cui Dio parla attraverso di lui, ma lo descrive come un qualsiasi giovane scapestrato.
L’ordine con cui l’autrice racconta queste tre storie non segue un ordine cronologico. C’è un prima “storico”, in cui Ben Gurion sulla spiaggia di Tel Aviv, seguendo un amico che studia quella che oggi è la medicina alternativa, si lascia guidare nelle pratiche olistiche. Poco dopo che un venerdì pomeriggio, Gurion ha decretato la nascita dello Stato d’Israele nel 1948.
Dalle descrizioni e dalle parole dell’autrice si capisce che lo statista israeliano deve essere stato un uomo curioso, con una biblioteca assai variegata in cui si rifugiava e attraverso la quale viaggiava immergendosi nelle più variegate letture. Ma anche uomo tormentato che si deve essere chiesto se “loro” (gli abitanti di quello che sarebbe diventato Israele) non avessero potuto fare di più per accogliere tutti coloro che Hitler non ha voluto e che sono, poi, finiti nelle camere a gas.
Da questa storia si passa al racconto personale, quello di una Elena Loewenthal ventiquattrenne che partorisce grazie al ricino. Il suo desiderio era, infatti, quello di mettere al mondo il primo figlio come aveva fatto sua nonna: in modo del tutto naturale. Servendosi di rimedi, che le donne si tramandano da sempre. Le donne, infatti, quelle che vivevano e partorivano nei primi del Novecento, erano solite usare i semi del ricino per stimolare il parto. Così facevano tutte quelle donne a cui le doglie tardavano a giungere, una volta finito il tempo della gestazione. Così, la ventiquattrenne Elena prende alcune pillole al ricino per sollecitare il parto, seguendo quanto le dice il ginecologo.
Infine, si parla di un ragazzo che viene considerato un buono a nulla da suo padre e che è, invece, destinato a diventare un profeta e un punto di collegamento con il cristianesimo, il profeta Giona. Una voce ‒ Yahweh della Bibbia è voce, solo voce ‒ lo ha chiamato a sé, lo ha scelto tra tutti gli altri per diffondere la sua parola. Ma Giona, intimorito dal compito che gli viene affidato, prende e scappa per mare alla volta di un paese sconosciuto. Con l’idea che Yahweh non lo possa rintracciare. Ma durante il viaggio per mare, una tempesta voluta da Dio quasi distrugge la nave e Giona si ritrova su di una spiaggia all’ombra di una pianta (il ricino appunto) e, riprese le forze, decide di sottomettersi alla volontà divina.
La Loewenthal non rispetta l’ordine cronologico perché vuole far capire al lettore che l’uomo è stretto tra la storia umana che lo precedere e la storia eterna ‒ quella del “mito”, per gli atei, quella “religiosa” per i credenti ‒ che lo precede. Come se, prima della nascita, non ci fosse altro che la storia (quella dei libri, per intenderci), che si ripercuote come un’eco sul presente, e, dopo la morte, non ci sia altro che l’eternità delle storie. Siano esse tratte dalla Bibbia, siano esse tratte dal mito. Qualcosa, insomma, che finisce per avvolgere ogni uomo, prima e dopo la sua morte e che corrisponde, almeno in parte, alle sue scelte e alle sue azioni.
La pianta del ricino fa parte della famiglia delle Euforbiacee, ma tra le diverse specie che si trovano in questo gruppo, il ricino è considerata modesta e umile. Una pianta che si adatta ovunque e che riesce a vivere di poco. Da cui si ricava olio per lampade, ma anche quel tristemente famoso olio che durante il fascismo è stato uno strumento di tortura. Questo per dire che, nel corso dei secoli, il ricino si è trovato, suo malgrado, a essere sia dalla parte giusta che da quella sbagliata della storia umana, per questa sua natura forse ha spinto Elena Loewenthal a scriverne.
Mentre si legge, non si può fare a meno di pensare che quella pianta, che nasce ovunque senza pretese, stia a raccontare e a ricordare tutto quel mondo povero, ma non per questo meno interessante, che viveva nell’Est dell’Europa e che parlava lo yiddish. Milioni di persone che vivevano del loro lavoro e che erano riusciti a vivere e moltiplicarsi con poco, vivendo quasi alla giornata e a costruire il mondo yiddish. Scomparso dopo le deportazioni compiute dai Nazisti. Ma a cui, per fortuna, scrittori formidabili come Isaac Bashevis Singer o Edgar Hilsenrath hanno saputo, con le storie ‒ alle volte picaresche alle volte drammatiche ‒ ridare vita.
All’ombra del ricino fa parte della collana Il bosco degli scrittori, che si propone di raccontare il mondo umano attraverso il mondo delle piante.
Claudio Cherin
Elena Loewenthal
All’ombra del ricino
Aboca
Collana Il bosco degli scrittori
2023, 128 pagine
16 €