La svedese Johanne Lykke Holm con Strega (tradotto da Andrea Stringhetti per NN Editore) è tra gli scrittori che hanno concorso al Premio Strega Europeo 2023.
Rafaela, la diciannovenne protagonista del romanzo, viene spedita dai genitori all’hotel Olympic per lavorare come cameriera durante la stagione invernale. Si ritrova così sulle Alpi: accanto all’albergo c’è un monastero gestito da suore, e un paese, di nome Strega (da cui il titolo del romanzo). La cittadina, che è necessario attraversare per raggiungere il posto di lavoro, diventa anche teatro di sporadiche quanto enigmatiche uscite sociali di Rafaela e delle sue nove coetanee, come lei spedite lì dalle famiglie.

Si intuisce che nessuna di quelle ragazze ha voglia stare a Strega, sebbene ci siano andate liberamente, scegliendo di lavorare in quell’hotel, presentato da una brochure patinata come un’occasione di vita, ma forse il senso è proprio rappresentare il limitato ventaglio di scelte che una donna ha a disposizione, il dover seguire per forza una strada ben delineata, che a lungo andare la soffoca, come una prigione da cui evadere.
Le ragazze, però, iniziano a vivere in simbiosi. «Ci trattavano come un corpo unico, quindi diventammo un corpo unico. Ognuna dimenticò le proprie caratteristiche e responsabilità individuali», si legge a un certo punto. Come se si venisse a creare un io collettivo che ben identifica il genere femminile, spesso accomunato dalle stesse lotte quotidiane, dagli stessi stereotipi di cui sono vittime.
Si avverte il senso di un’inquietudine del collegio di Suspiria di Dario Argento – a un certo punto quando spuntano degli iris. I clienti non arrivano mai e le ragazze non sanno perché.
A guidarle sono tre donne con nomi di uomo: Rex, Toni e Costas. Alle volte queste si dimostrano spietate, incorruttibili, nemmeno fosse un luogo di detenzione.
A circa metà romanzo i clienti arrivano, percepiti tutti come «assassini», perché nella vita di ogni donna ce n’è uno, come in quella di Rafaela. «Nella vita di ogni donna c’è qualcuno che l’aspetta al varco. Siamo tutte candidate, ma solo alcune vengono selezionate», scrive l’autrice.
Viene organizzata una festa in cui, come rito di iniziazione, una delle ragazze, Cassie, si esibisce in un balletto, alternandosi sulla scena con una bambola. Fino a diventare lei stessa la bambola. Per poi sparire. Di lei non si saprà più nulla. E per Rafa la sua ricerca diventa un’ossessione.
Il tema del romanzo diventa, allora, l’ossessione. Anche una visita al bar del paese dà origine a un grappolo di incubi, un susseguirsi di immagini surreali che sembra riverberare il ricordo del cinema delle origini. Anche l’occorrenza più banale, l’esplorazione di un interno casalingo, può spalancare un immaginario gotico. («C’era odore di tarmicida, di mattatoio. Non riuscivo a vedere dove conducesse la scala, ma osservando quel rosso sentivo il terrore crescere dentro di me, come quando si entra in una stanza e si ha la percezione che sia infestata da spiriti maligni. Seduti sulle sedie, i fantasmi bevono acqua dai bicchieri e aprono la frutta con le mani. Mi sporsi per guardare in alto, ma c’era soltanto un’opaca penombra»).
Difficile dire in che epoca sia ambientato Strega. Su questo Holm è volutamente reticente e punta a creare un luogo senza tempo, collocabile nell’arco degli ultimi due secoli mantenendo una grande coerenza interna, a tratti messa in discussione dall’uso di termini decisamente contemporanei (uno per tutti: femminicidio).
L’autrice crea una sorta fiaba gotica, un’allegoria del mondo patriarcale, un romanzo di gesti e percezioni, forse troppo ermetico e faticoso da leggere. In alcuni momenti il romanzo si fa delirio onirico, in cui si sono innestate frasi a effetto per parlare di femminismo, patriarcato e violenza. La narrazione passa continuamente dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, fondendo Rafa con le altre donne che con lei vivono lo stesso sogno/incubo.
La prosa densa, stratificata di Holm richiama ogni possibile appiglio sensoriale, sceglie metafore alle volte incongrue e sincopate, crea connubi impossibili, sinestesie e ossimori. È una scrittura che incanta, elude, evoca. L’intera storia è sottesa da eventi visioni a tratti inquietanti.
Nel mondo di Rafaela tutto è virtualmente possibile anche se, allo stesso tempo, tutto è immobile.
È un flusso di coscienza che a volte toglie il fiato. È una lunga allucinazione, il racconto, a tratti inquietante di quello che succede nella realtà onirica della protagonista. Lo stile è onirico, psichedelico, artificioso. Sensoriale.
Johanne Lykke Holm trasmette sensazioni, più che emozioni. Il tutto è principalmente incentrato sull’atmosfera. Colori, odori, consistenze.
Infine va ricordato che questo romanzo fa parte di quelli che hanno per protagoniste Ragazze-chiuse-in-un’istituzione-concentrazionaria sia essa una scuola, un collegio, un educandato o, come in questo caso, un albergo. Nel libro di Holm si sente il riverbero di Mine-Haha di Frank Wedekind, da cui eredita suggestioni e senso dell’assurdo ma anche di Picnic ad Hanging Rock di Joan Lindsay (poi divenuto film diretto da Peter Weir) fino ad arrivare a opere come Innocence di Lucile Hadzihalilovic o Zombi child di Bertrand Bonello senza dimenticare il bellissimo remake di Suspiria firmato da Guadagnino.
Claudio Cherin
Johanne Lykke Holm
Strega
Traduzione di Andrea Stringhetti
NN Editore
Collana Stagione – le Fuggitive
2023, 192 pagine
18 €